Archivi per il mese di: aprile, 2012

Il linguaggio è figlio di ciò che ci ha fatto compagnia in questa visione olistica dell’esperienza, la poetica dei ’70 riscuote da Ken Parker ed eccede a quel costante canto del cigno che è stata tutta l’opera del Paz. Fiumi d’inchiostro, che anch’io ho contribuito a versare quando mi occupavo da fanzinaro incallito del linguaggio delle nuvole, sulla poetica pura del quotidiano di Pazienza, così spasmodicamente figlio del suo tempo da rimanergli avvinghiato per sempre, perché questo è il limite dell’inadeguatezza, il fatto che non si muore mai – come si disse per James Dean – al momento giusto.
L’infinito respiro libertario di ‘lungo fucile’ e la sconfitta di chi ha visto la repressione dei sogni cedendo nelle sue prolunghe artificiali alla ‘pompeo’ è la storia sommaria di una generazione che ha respirato nei ‘tutto subito’ e ha graffiato il muro imbrattato di ‘quarto oggiaro story’.
Il profumo cantautorale sembrava poesia perché tutte le idee sembravano impegno, ma era ancora il fumetto ad avvertirci che la violenza di Zanardi e il coatto sintetico di Ranx Xerox era dietro l’angolo, a un passo da noi che stridevamo un po’ troppo e in fondo facevamo fatica a cavalcare con la stessa facilità i moniti di Roversi e quelli di Ballestrini.
Mi sono accorto che Vicolo stava diventando una storia man mano che la scrivevo, la storia di uno spartiacque tra chi c’era e chi l’ha vissuto dopo, tra chi li ha fatti e chi li ha solo immaginati. Una storia che a pensarci bene con la poesia c’entra eccome, come c’entra una frase dello scomparso Tamburini, coautore insieme a Liberatore del già citato Ranx Xerox, ‘questo fumetto non è un fumetto ma collirio psichedelico per occhi stanchi’.
Si è detto spesso che i ’70 portano la schizofrenia di una generazione corrosiva che ha aggredito il linguaggio in parole instabili, ma personalmente mi piace considerarli come gli anni dei ‘pennarelli minorenni’ come ancora citava Pazienza su quella grandissima rivista che fu Cannibale, che prese il nome in prestito dall’omonima rivista dadaista di Francis Picabia.
E allora facciamola la poesia in quegli anni del doppio 7, dove il lirico e l’ironico passeggiavano insieme contemporanei di una disperazione (Francesco Berardi – Bifo).
Situazioni e linguaggi che stanno nel corpo disteso di ogni poesia.

articolo apparso su Poesia2punto0
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il soggetto è un utente di uno spazio merce che può eprimersi solo attraverso la dissoluzione, solo attraverso la partecipazione a uno scioglimento
negare questo è solo rendersi complici di un’arte nata morta.
Credo si stia pagando ancora lo scotto di un ermetismo che si è da un lato trivializzato e dall’altro sdolcinato in una diaristica logorroica e priva di interesse
Ci siamo dannati l’anima per cercare di ricomporre un’interazione tra poesia e storia, quotidianizzando il banale o rifugiandoci in uno sperimentalismo che di insorgente non aveva nemmeno la parvenza, il risultato è stato la frantumazione del rapporto con le cose e una desertificazione fiorita là dove la vita si ritrae…continua…

Alleanza è percepire insieme il modo di affrontare un rischio.
Sono arrivati i marziani e alleanza è erigere un argine, un fronte che di comune non ha niente se non portare l’arroganza di fronte alla paura.
Aleanza è sciogliersi allo scampato pericolo, durare il tempo della minaccia “passare le feste gabbare lo santo”.
Alleanza è un riparo senza accoglienza, è fare strada ma restare sconosciuti.
Alleanza è parola di soggiorno e non di residenza.
Allora riflettiamo su questa parola che ci è piaciuta tanto sino a qualche mese fa, riflettiamo sulla distanza che immette, anzichè entusiasmarci per una vicinanza che in realtà non stabilisce. Riflettiamo sul fatto che in poesia, più che altrove, stabilire alleanze assomiglia a creare complicità, pensiamo che forse di lobby e stanzine ne abbiamo gia abbastanza e che tutto questo ha affossato la possibilità di percepirci come movimento.
Certo alleanza con il testo, così come la intendeva Jabès, legame di sensi e di parola, alleanza che conduce al libro e lo trascende, in un certo qual modo lo evacua senza frantumare il rapporto che laparola ha stabilito, questa era l’alleanza della quale ci eravamo entusiasmati.
In questa decadenza della parola, perchè qualcuno dovrà pur dire prima o poi che di questo si tratta, alleanza rappresenta solo una stanza in affitto, un attraversamento precario, un tirare a campare. Se vogliamo veramente alleanza dobbiamo prima riordinare lo zibaldone delle differenze, vaneggiare di meno sul territorio e la geografia, mappare di meno e tornare ad ascoltare il rumore.
Alleanza è accorgerci che c’è gente , ma non volerla per forza contare
Alleanza è coscienza della temporalità e dell’effimero è saper scorgere oltre la durata la potenzialità della relazione è ricerca di un realismo sensoriale non di automatismi surreali.

articolo apparso su poesia2punto0

La farsa delle nostre credenze delle nostre credenziali (Amelia Rosselli)
Io non so niente della buona poesia e non so più nulla dei poeti, perchè non riesco più a starci dietro, perchè per giudicare bisognerebbe perlomeno conoscere,ma in questa espansione infinita della necessità di parola emergono solo atteggiamenti che si possono in maniera raffazzonata associare a un testo
ho sempre pensato che anche se non si era poeti una cazzata scritta bene poteva anche capitare,
e allora chiedimi come riconosco un poeta perchè della poesia oggi non è rimasto quasi niente.
Il problema del riconoscimento è troppo connesso alla forte pressione di tutto ciò che vuole farsi leggere, al punto che la poesia oggi è solo avvenimento senza conseguenze. Credo ci sia una fortissima responsabilità culturale in quello che ha per decenni permesso il fatto che la spinta dell’antipoetico facesse credere che tutto avrebbe potuto essere poesia. In questa spinta alla negazione in cui è stato trascinato tutto il mondo dell’arte si è preteso di trasformare tutto in estasi estetica incrementando una conseguenza di eccesso di vanità. Come tutte le altre cose il gusto è diventato un escrescenza, effetto di un proliferare di generi che caratterizzavano l’impoetico e allontanavano il lettore che smarriva per strada gli strumenti di giudizio, se di giudizio è sensato parlare, per orientarsi.
La pancia è rimasta come unico arbitro per stabilire delle affinità, questa è la poesia del maalox quella costretta a fidarsi del disturbo; la poesia istintiva che si riconosce per educazione sentimentale mi mette tristezza, questa nostalgia empatica che sembra diventato l’unico metro di lettura mi avvilisce.
come riconosco una buona poesia vuol dire sapere come si riconosce un incontro e anche se questo vale per tutta la letteratura, il “vieni qui” a cui la poesia ci chiama meriterebbe di essere ascoltato sinesteticamente. Sinestesia come contaminazione dei sensi, unico strumento per una percezione del accadimento poesia, perchè questo occorre sempre tener presente : una buona poesia è un accadimento, un incedere del presente.La poesia dove non si scorge un Dio che nasce mi interessa poco, nella mia concezione di poesia esiste sempre un volto che irrompe verso l’io, in questa irruenza scorgo anche epidermicamente quella che per me potrebbe diventara buona poesia, perchè un testo non è mai buono subito si forma nel riconoscimento, nella trasformazione di un iconologia del presente.. Basterebbe forse cercare di azzerrare la distanza tra il dispositivo e la domanda invece spesso la poesia contemporanea vorrebbe ridurre lo spazio tra il volto e il nome.
Una buona poesia è uno spiazzamento comunicativo non una forzata risemantizzazione, credo che sotto certi aspetti la poesia vada istigata a rivelarsi a darsi nei suoi sapori e forse è arrivato il tempo di smettere con questa lingua da centrifuga per tornare al punto zero dell’immagine a parlare di scrittura


apparso con altro titolo su poesia2punto0

Milano, 20 maggio 1946


Carissimo Attilio,
_____________________________________________________il giornale è serio, fatto da elementi del P.D.A. che hanno fatto davvero la guerra clandestina.
E’ un giornale di commento più che di informazione_________________________________________________________________________________________________se mandi due brevi poesie posso farti avere 2.500 lire, sono ben pagate! se pensi che da Costume ho avuto la stessa somma per 5_______________________________________in questo numero poi c’è una poesia di Saba, e nel prossimo pubblicheremo il giovane Risi_______________ti abbraccio, Vittorio.

da ‘Una lunga amicizia lettere 1938-1982’
Garzanti 1994 
Bertolucci – Sereni






Verona, 24 aprile 2012



Cari A.V., che detta così sembra autori vari,
qui possiamo farvi avere 12 ‘mi piace’ e 104 contatti settimanali garantiti,una manciata di commenti, ma soldi proprio no, da noi non se ne parla.
A dir la verità c’era qualcosina, ma la campagna elettorale e gli investimenti in Tanzania hanno ridotto di molto il budget assegnato alla cultura


poi siamo sinceri qui la rivista non tira, si deve fare tutto in 140 caratteri del twit e per le discussioni al massimo c’è il multiblog, dove ci si affanna moltissimo per essere inseriti, tutte redazioni col fior fiore della nostra cultura, insomma cose importanti si decidono antologie in un click, si stabiliscono amicizie  pur non vedendosi mai, pensate che per essere amici basta dichiararlo e non serve nemmeno dimostrarlo———————————-segue


abrazos 

Ma siamo così sicuri di rimpiangere gli editoriali di Fortini e i corsari “io so” di Pasolini? Ma siamo così sicuri  che le nostre lacrime di coccodrillo non nascondano qualcos’altro, qualche carenza più grande di questo finto rammarico? Qualcosa che vada cercato nell’incapacità dell’insorgenza, qualcosa che in realtà investa di più “il trattato del ribelle” che non l’ennesimo articolino sulla fine immaginata e presunta della figura dell’intellettuale.
Perché lo sappiamo tutti che l’intellettuale appartiene alla filosofia dell’inghiottito, sappiamo anche che questa civiltà onnivora ha mandato giù di tutto per poi versare lacrimucce .
Ma questo enorme essere antropofago fagocitando tutto ha adattato lo stomaco e non ha più saputo rigettare l’indigesto.
In questa tavola imbandita l’intellettuale ha perso la predisposizione all’imbarazzo, anzi a volte si è reso appetitoso condimento, altre corollario dell’estetica, superba guarnizione del piatto da portata.
Insorgenza dicevo, perché insorgere è in prima istanza un atto dello stomaco, una ribellione d’intestino. Insorgere è il gesto di risposta a una contrattura e non fa capo all’intelletto.
Viviamo in una cultura lassativa fatta per essere evacuata. Siamo alle solite di questo post-modernismo da tubo di scarico, dove non si forma residuo, cultura da wc net o di gnometti saltellanti che fanno a gara per pulirti la fossa biologica.
Allora per tornare da dove siamo partiti, siamo così sicuri di sentire la mancanza degli interventi di Franco, di Pierpaolo e non invece di quegli autunni o primavere  dove da sempre si fa fatica a digerire.

apparso su poesia2punto0 con un altro titolo



dimmi se personaggi o strumenti dimmi la differenza? è questa la primavera che aspettavamo da anni?
tu, mario, giovanni accomunati dal numero di un anno
“non sai che città che primavera ti preparo”, ma so del supplizio di essere parola, di questa lunga processione di riepiloghi
a volte mi domando come sarà stato vedere l’alba di una repubblica, vedere le città crescerle attorno
credo sia proprio qui che la relazione si fa strumento, diventa utensile che plasma la materia
adesso ci si uccide ai piani alti, le fabbriche hanno spento le sirene e i telefoni hanno campo
si resiste a un altro fronte e tanti altri son mancati e altri ancora i muti
guardo il tempo delle tue linee di pensiero questo tempo che non basta per affidarsi ai versi
e da via scarlatti alla spiaggia si vede lo stesso mare sporco che scivolava dalle parole
eppure vittorio io lì davanti ci tremo, ci tremo perchè non posso imparare, perchè chi ha il campionario vasto
ha gli strumenti stretti, perchè dalle porte larghe non si riesce a passare ci si sente solo inghiottire



gli strumenti umani ed Einaudi 1965 Vittorio Sereni

se Milo avesse rifatto somiglianze ogni 14 anni saremmo stati pure benino dal 76 al 90 sarebbe toccato al 2004, ma l’abbiamo saltato sacrificato a immagine di un dio diverso


come sarebbero state tutte quelle virgolette e quei silenzi, quella Milano dei cortili che in qualche modo è rispuntata fuori nei libri successivi, ma sapeva di escort, di pirelloni, di portafogli  e predellini


“basta scendere dal letto per sentirsi migranti”


ma è diverso il novembre attorno ha un’acqua se possibile più scura, ha parole insufficienti per suggerirci il dramma


a cosa somigliamo adesso Milo, adesso che non serve uscire allo scoperto, adesso che se ci si ritrae si allarga di più il deserto


“ma quale plagio se poi io credo a qualcosa sarà vero anche per te”


e dimmi da questa come usciamo che sembriam tutti figlioletti
che per non tornare a casa troppo presto si son messi a raccontare che c’era qualche altra consonante che si poteva dire




somiglianze ed riveduta 90 Milo De Angelis



Attilio è vero che c’è un po’ di Proust, il tempo lungo dell’estate che un po’ col titolo fa a pugni
poi vai a leggere dentro bene e l’estate è solo un posto di vacanza un ricordo inoltrato di qualcosa che finisce
“era un giorno bellissimo e gli stavo vicino”c’è odore di minestra tirata su col mestolo, di Parma, di destra e di bambini fuori presto.
Per metà del viaggio sono impressioni di settembre, ma quelle dei Marlene “coi monti che si attardano” e tutti i vivi a premere
mi chiedevo se c’è una via d’uscita o è tutto solo campagna e provincia con i mesi dentro, solo ritorno e vocazione, rivincita improvvisa di foglie e di fontane
viaggio d’inverno garzanti 1971 Attilio Bertolucci