Archivi per il mese di: maggio, 2012

Che dica la vacuità dello spettacolo e che smetta di pensare che siamo troppo pochi, che non ce la possiamo fare.
Che tiri fuori il perché di questa insofferenza; che ci dica che non dobbiamo sbatterci a trovare nuove topologie, ma solo una diversa dimensione tempo, qualcosa che assomigli a l’esser contemporanei per davvero.
Penso a qualcosa che sappia riparlare la metamorfosi senza resistenza, che sappia dire la trasformazione della disarmonia, in una simmetria affettiva che sembra così uguale alle parole della pancia, ma che invece va più in là.
Vedo qualcosa che se ne sbatta delle percezioni neurologiche di un biografismo sommario e inconcludente, vedo l’inservibile di ristabilire parentele per rintracciare aristocrazie spesso immeritevoli.
Vorrei le stimolazioni elettriche delle aree corticali; vorrei le storie, ma solo quelle parallele; vorrei l’interpretazione dei disegni più ancora di quella dei segni, un alfabeto iconico, il linguaggio verbale di un casaccio di frammenti.
Rileggere la chiusura del sipario, l’usura dell’equivoco che  ci ha consumato una dialettica tra consumo e promesse; rileggere l’efficacia di chi strappa la forza dal mito, di chi crede che ogni poetica si misuri a metafora.
Vorrei un prefisso che non sia sostituzione, ma soltanto intensità, e la foto dello scomparso da tenere sul camino con il ricordo di aneddoti da monetizzare. Vorrei che qualcuno di nuovo si accorgesse che si scrive per preparare uno spazio. Vorrei una critica che pratica il procedere nella responsabilità del pensiero e non in quella del prodigio.
Letteratura vivente non è professionalizzare il disturbo, ma intervenire per superare lo spaesamento, per cercare insieme il testo, per definire l’inerte aprendo il mondo alla vita delle cose.


articolo pubblicato su Poesia2.0
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Non c’è nulla di male nel fatto che una casa editrice rispecchi un pensiero, nulla di sbagliato nel fatto  che un autore vi si accosti per affinità o vi si allontani per qualsivoglia idiosincrasia.
Sicuramente non esiste un thauma pensiero totalitario ed egemonico, ci mancherebbe, ma trovo corretto riconoscersi in alcune linee guida, in alcune scelte di pensiero che contribuiscano a un discorso che si intende portare avanti insieme
Penso che il riconoscimento debba gettare i presupposti di ogni riconduzione critica che ha oggi i suoi più grandi ostacoli in un sapere gerontocratico sbrodolante e in una pedanteria lessicale inaffrontabile.
Se di risanamento dobbiamo tornare a parlare è necessario farlo da un esame di coscienza che deve partire dall’autore, il quale deve essere messo in grado di operare scelte che non siano solo di mercato o di visibilità ma anche di aderenza progettuale.
Il meccanismo di acquisizione da marketing calcistico con cui troppi editori hanno lavorato ultimamente ha portato alla situazione che è sotto gli occhi di tutti, editori che hanno raccolto tutti i campionari di vanità possibile e autori che per soddisfare la medesima hanno accettato parrocchiette distanti anni luce.
Credo di essermi, per quel che posso, sempre battuto per la qualità del testo che dovrebbe sempre stare al di sopra di ogni valore, ma forse è arrivato veramente il momento di battersi anche per la qualità dell’atteggiamento; per ritornare a qualificare una filosofia espressiva che connoti il nostro agire. Sono consapevole delle trappole da tiritera etica che potrebbe rappresentare un intervento di questo tipo, ma lungi dal me ogni sorta di moraleggiante favoletta.
Comitati di lettura chiari e redazioni visibili una volta sarebbero bastati per risolvere con onestà intellettuale una parte del problema ora no,non sono più sufficienti, ora è più che altro necessario fornire da parte di un editoria sana un elenco motivazionale appropriato e argomentato delle proprie scelte
Troppe sono oggi le figure che nella cultura sono venute a mancare per cercare di affrontare una situazione che fa acqua da tutte le parti: curatori preparati, responsabili di collana che abbiano gli attrezzi per farlo responsabilmente, editor che non siano scalda sedie e che vengano retribuiti per un lavoro fondamentale e quant’altro abbia contribuito allo sfacelo,ma senza stare a piagnucolare inutilmente e per tornare da dove siamo partiti, un cambiamento anche piccolo si crea dalla responsabilità di poter scegliere, si crea dalla capacità di riflessione e dall’orientamento, forse questo dovremmo tornare a fare a lavoro concluso chiedersi per questo testo qual è la casa





c’è un sacco di altro ciarpame prima di chiamarci contemporanei

La poesia non ha relazioni normali, la falsa grandezza del nuovo con cui si è misurato il novecento è la vera debolezza. Il pubblico giudica, sembra una specie di democrazia, ma il pubblico è dirottato dal mercato e il giudizio altro non è che un pensiero preventivamente privatizzato.
Ma la poesia non è un economia simbolica, né una sublimazione della finzione, è un risveglio estetico e non vedere questo credo che sia confinarsi in una pericolosa opacità.
In ogni disegno il volto della cosa è un segno che ce ne restituisce il senso ed ogni segno, così come ogni parola è il tratto del proprio tempo. Il vedere è un’esperienza del significato che si immedia, ecco perchè nel progetto del fumetto si instaura un pluralismo linguistico che tende alla completezza, contribuendo anche a soddisfare un necessario rallentamento dell’ipervisività cinetica contemporanea.
Riprendo da quei 70 di cui ci occupavamo il mese scorso per ritirare i fili di un artista come Andrea Pazienza che, pur in tutte le sue controverse manifestazioni, ha incarnato un linguaggio poetico visivo che ha contribuito a definire un tempo. Penso a una storia come “Proverbi“, pubblicata originariamante per il mensile Alter Alter, che ridiscute in poche tavole la poetica di William Blake riadattandola a delle fantastificazioni generazionali con pochi precedenti. Poesia come principio di un educazione politica dal quale gli anni 70 non potevano o non sapevano esimersi, che hanno nelle sfaccettature di Porta i propri luoghi di riflessione e nel
transumanar di Pasolini i vagiti direzionali.
La poesia degli anni settanta è nei tanti editoriali di Oreste del Buono su Linus, che cavalca la scena dal ’64 e nell’onirismo delirante di Crepax che, con Valentina prima e Bianca poi, svela un tessuto immaginario complesso, fornendo alla filosofia dei sensi chiavi di lettura nuove.
Devo sentire quello che sto disegnando in qualche modo devo soffrirlo“, dichiara Pazienza in un intervista rilasciata in occasione di una mostra mostra a siena nel 1981, e in questo sentire c’è tutto l’incarnarsi della parola-segno, tutta l’immedesimazione del collettivo della sofferenza che ha scandito la partecipazione di un decennio. “Di me amate il riflesso, quella memoria che sale dalle cose che tocco” è diventato il passaggio testamento di tutta l’opera di Pazienza, un verso che con un immensa forza evocativa ha lasciata intatta l’instabilità dell’opera che è fatta per dissolversi e per rinnovarsi.
Filosofia dei sensi dicevo , filosofia della donozione che diventa esperienza visiva di un io mondano che si intuiva gia perduto nelle cose. L’immaginazione è la lettura di un campo semantico. Se avessimo capito a fondo questa eredità, probabilmente la poesia e il fumetto sarebbero meno marginali in questo panorama desolante.

articolo apparso su Poesia2punto0