Archivi per il mese di: dicembre, 2012

Dov’è l’oggetto di una critica gerontocratica ancora asservita a un apprendimento errato della letteratura americana, ancora asservita a sistemi chiusi di un ermetismo che evocando il sentimento tramite metafora si rende schiavo di una relazione interpretativa forzata?

Un movimento di conquista e uno di ripetizione della realtà sono i due passaggi critici fondamentali per reintrodurre un rapporto oggettuale nella poesia

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ho provato a scrivere paradiso ma non si è mosso niente
 -da PoundCXX libera modifica-
 buon2013

Ci abbiamo messo trentacinque anni a ritrovare la strada per l’inferno, qui qualcuno si è mangiato i sassolini o avevamo seminato male, ma detta così sembra un conflitto di interessi invece è solo una perturbazione del linguaggio

qui adesso c’è Milano ma qualcuno forse si ricorda che era lì anche prima, c’era la visione periferica con tutti i suoi difetti e il suo gridare le cose andate a male con la stessa forza in gola con cui si annunciavan le scoperte

Rileggevo Cattaneo e non mi sembrava la terra del 2000 aveva il sapore di qualcos’altro e non solo perchè portava gia con sè il respiro dei morti, ma perchè non lasciava in pace i vivi esercitando quel potere eccelso di scrittura che è quello di cambiar lacrima con la voce

Chi avrebbe dovuto dirle le parole con quel peso, probabilmente noi che avevamo qualche decina d’anni più di lui, qualche manciata di tempo più di questa generazione, che nessuno se ne è accorto ma ci è diventata portavoce, perchè ci ha prolungato le istanze, perchè ha saputo spiegarci che cazzo è stato dopo l’aver perso; altrimenti saremmo ancora lì in terapia o nelle scatole dove sfilavamo in foto, ancora lì a cercare in un negozio qualcosa che assomigli al bieko,ma adesso è solo un caban.

E invece non abbiamo saputo dirle perchè eravamo noi quelle parole di cartone e quelle teste nei cessi, noi uguali, solo un po’ prima di loro, ma sbadatamente e forse paradossalmente meno civili, perchè civile è un attaggiamento che passa anche dal riuscire a dire: aiutami son solo

non vorrei essere frainteso, non c’è riscatto nella poesia di Cattaneo e dei suoi epigoni,non se ne trova traccia, ma c’è in noi che ci rivediamo vivere e che ci sentiamo dire “con quei nomi e soprannomi in vena” che qualcuno ci chiama per guardare insieme che cosa è accaduto

ogni scrittura è un atto di rivolta
un niente tutto dentro che pensa di far bene

ascoltavo il tono in cui ti annunci, la faccia che non sai di fare
quando per salir la croce ti tocca arrampicare

continui a perdere peso e sugo a proposito di prendere o lasciare

la tua assenza che ha reso possibile tutto il peggio
il darsi da fare con la v i t a quella lì, quella scritta separata

le mani in tasca come un piccolo federale
sei morta da così tanto da sembrarmi ancora uguale

e mio nonno che lavorava nel partito
si faceva del male solo per chieder aiuto

mi piacerebbe ricordarmi dove ero nella citazione delle cinque della sera
un sistema grafico usurato ci toglie il respiro, ci fa credere che il male sia passato
una scrittura è un sistema di rivolta il resto sono palle di messaggi indecifrabili.
La gamba destra mi respira ho scarpe notevoli per tutte le distanze
la letteratura mondo dovrebbe espatriare come la fazio-mania
la benignocrazia e il savianesimo infangante.
Non voglio mimare niente voglio solo riprodurmi nella pagina
se le nostre parole non colmano più il vuoto che le profezie facciano il loro corso insieme alla natura
tanto qualcuno prima o poi ci prende le misure.
Il poeta servo appaga un bisogno puramente sensuale mescola con la patina il margine del foglio
noi siamo solo travestiti odiamo qualcosa, ma siamo incapaci di odiare più forte.
Dubitate, ma restate seduti, calate dall’alto tutti i sogni rimasti
mi aspettavo qualcosa che somigliasse a un dissenso mi avete rotto le palle con la ricognizione del disprezzo
e adesso trasformiamoci, ma con totale noncuranza, tanto il canone se non lo toglie Silvio lo cancella chi non studia
Dammi un consiglio per rimanere vivo, per registrare il mio motore, io scrivo sempre dalla parte sbagliata
con tutte ‘ste pupille che han visto un Dio che cade, con tutto ‘sto presente così pieno di figure
Che le parole non mi si spezzino nelle mani diceva Fortini, e forse ti basterebbe questo per provare a entrare
ma se lo fai cammina, un piede avanti all’altro in completa distensione
tra i propositi dell’anno metti un po’ di pepe al sonno che con quello al culo ci abbiam già provato quasi tutti
magari ti si infiammano i sogni e passeremo bruciando
amore mio grandissimo spero solo di amarti leggermente con tutte le mie concentrazioni di penna e di pancia
il meglio deve ancora venire che non si sa se l’ha detto prima Obama o Ligabue ma in fondo conta poco

felice 2013

apparso su poesia2punto0

ogni agenda lascia qualcosa agli appuntamenti mancati. ci apposta nel tempo come cacciatori da ferma
condanna in qualche modo i responsabili, sposta più avanti la linea del fronte

poeticamente necessario cominciare a scavare
buone feste e dintorni

Smettere di credere che scrivere sia difendere la solitudine in cui ci si trova, ma aprire al carattere autorivelante di ogni testo per incontrare il lettore, per destinarsi insieme all’ascolto.
Se pubblicare altro non è che qualcuno venga a sapere qualcosa, bisogna costruire insieme quello che contribuisce ad arginare il menefreghismo del sapere, questo è fattibile soltanto nel tentativo di approssimarsi all’autenticità che la parola concede e nel liberarsi dalla saccenza e dalla pedanteria. Il grande fraintendimento comunicativo che si è aperto nella poesia dipende in larga misura dalla distorsione di chi sente il linguaggio come rifugio e non come apertura, da chi si sente depositario non della lingua degli dei, ma di segreti da rivelare in pillole. Se la poesia è una forma della conoscenza come credo, allora deve dipendere dalla familiarità, la stessa familiarità che crea relazioni ma sopratutto confidenza. Nell’umiltà di accompagnare il lettore verso le proprie domande riscoprendole insieme come sorpresa, si nasconde oggi la possibilità di estendere l’ascolto. Tramite l’ausilio di un testo che assomigli a chi l’ha scritto, l’autenticità si rende manifesta e così il riconoscimento diventa possibile e l’accesso al pretesto e al contesto, fondamenti della comprensione, si rendono disponibili e accessibili . L’unica sacralità che si può concedere alla poesia è l’appartenenza della parola all’ agire creativo, ma agire oggi è solo sinergia e parola è valenza collettiva, una parola che si sente indispensabile non appartiene al dare e non potrà mai donarsi a quell’orizzonte dove fioriscono idee con la necessaria umiltà. Credo che molta poesia oggi debba sentirsi responsabile di un arroccamento del linguaggio, di un ispessimento del pensiero che è rimasto imbrigliato in una costante ricerca dell’effetto, se compito della parola è farsi visione penso che impegno di tutti debba essere adoperarsi per un immagine nitida, questo è il primo passo per andare verso una riconciliazione col lettore che deve tornare a poter dire: sono tutto quello che ho letto da qualche parte. In una poesia che nemmeno tra poeti si legge, ma si sorveglia questo è un compito arduo , ma appartiene alle sfide che si devono superare insieme molto prima della pretesa di voler canonizzare una permeabilità

gia su poesia2punto0

Cosa significa essere io? di Alessandro Assiri.

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