Archivi per il mese di: febbraio, 2013

Credo che qualcuno dovrà rendersi conto  che siamo davanti a uno scenario con nuovi attori sociali, niente di non gia visto,ci mancherebbe ma probabilmente  dimenticato o fintamente rimosso.

La riattribuzione di parole e forme come collettivo e piazza sono non solo sintomatici, ma oltremodo indicativi del terreno che si sta sviluppando e germogliando intorno a insoddisfazioni e malesseri incontrollabili.  La sinistra, da sempre tende a sottovalutare questo fenomeno, probabilmente, perché sentendosi sempre depositaria di un concetto rivoluzionario pretende di detenerne sempre anche le intenzioni. Un tessuto antagonista esistente, ma allo sbando, ha semplicemente oggi trovato il suo one man show, perché ogni piazza necessita di chi la fomenti, ogni idea rivoluzionaria di chi la raduni e  ne favorisca l’innesco e ne aiuti la propulsione. Nessuna idea cammina senza gambe, il fatto che queste non si trovassero non voleva dire che le idee non ci fossero, ma che non potevano essere trasportate.

Proprio in questo trasporto risiede una delle differenze con i movimenti degli anni settanta,l’ immediatezza con cui creare oggi partecipazione è molto più alta, ma molto più alta è anche il rischio di infiltrazioni di elementi destabilizzanti la coerenza delle idee e la dimensione del progetto.  Il mondo si cambia soltanto iniziando a rappresentarsene un altro e partecipando alla costruzione

Un movimento, secondo una definizione consolidata è un sistema di azione prolungato per promuovere o ostacolare mutamenti sociali . secondo questa definizione, passate le feste gabbato lo santo, quindi una volta esaurita la spinta e accasati i suoi omini lo scenario diventa partecipe di logiche istituzionali e viene integrato nell’organismo che ha contrastato, non arrivando ad essere quindi attori del cambiamento.

Per evitare quanto sopra è necessario mantenere una caratteristica di discontinuità e di trasversalismo che Grillo dimostra di conoscere bene quando auspica un modello Sicilia: votiamo come ci pare solo se ci pare a mio avviso in questo sistema si rischia una dinamica strisciante che presta il fianco a un servilismo ancillare, si passa da fiancheggiatori e ci si dissocia dalla proposta concludendo la fase movimentista .

D’altro canto la radicalità di certi comportamenti estremizzanti finirebbero per sclerotizzare le posizioni e farle apparire in un aurea militante-perenne che produrrebbe una sequenza di repressione e astiosità che ne concluderebbero il consenso.

Penso che per non bloccare un rinnovamento sia doveroso accostarsi a una revisione storica  che sappia rielaborare una cultura come orizzonte sul quale fioriscono idee,una forza che si proponga come una storia del fare e dell’agire che sappia costruire una credibilità non con l’appoggio tecnologico incondizionato,ma con l’apporto di uomini disposti a crescere prima che a credere

 e a ricordare che movimento è ogni cosa ponga domande e rappresenti bisogni.

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Niente più volto, niente sguardo, niente figura umana ne corpo lì dentro, solo la trasfigurazione dell’ascesi, solo la forza dirompente della chiamata. La fatica, la scala, i gradini della salita. 

Ma quanto ci piace adesso quest’uomo spoglio di incarichi, ma così curvo di carichi? Quest’uomo che ha umanizzato la storia con un gesto, molto più di tutti i suoi predecessori.

Verso il monte faccia a faccia col roveto. Salgo io se tu non scendi. Verso il monte finchè c’è un alito di vita, perchè io che ti ho incontrato ancora di cerco.

Ma quanto ci piace davvero quest’uomo che uccide il segno lasciando la scena e con un senso geniale restituisce all’umano la sua rappresentazione, ridonandogli la possibilità di essere ancora homo faber, homo viator, accordatore del proprio destino.

La potenza del sacro che emerge in tutta la sua forza sta proprio qui nel fare dell’apologia dell’uomo inutile un momento di gloria. Come a ribadire che nel terreno del sacro, nel cammino arduo verso il monte non c’è posto per l’uomo qualunque.

Effetti fraudolenti del contemporaneo dove basta invece un oggetto qualsiasi per farne un opera, ma qui cosa ci resta di un uomo disinvestito dalla sua funzione che riesce comunque a risolvere il dramma dell’estetica moderna: trascendere il passo divorante della banalità con la presenza di chi, in ogni caso, ha riaperto la partita.

Ed ecco il punto: la riaffermazione della presenza come unica via possibile a un codice che era diventato insicuro, a un linguaggio comportamentale lacerato e corrotto. Ripristinare una sacralità richiedeva instaurare una nuova ierofania, ristabilire un campo del sacrificio dove il sacro potesse rimanifestarsi. Una conduzione simbolica straordinaria ha messo l’agnello al servizio, ha riantropoformizzato il sacrificio in modi con cui dovrà vedersela la teologia futura. Perchè questa sarà la battaglia della chiesa, ridiscutere l’uomo con gli uomini con le proprie debolezze e i propri limiti, superando vizi nefandezze e geografie.

Per rimarcare la venuta della presenza nel mondo della comunicazione andava creato l’evento mediatico dell’agnello preventivo, quello che si sacrifica che si auotimmola e poi sappia rinascere come uomo dalle ceneri, come favola moderna per perpetrare l’antica. E’ nato il bambino si sacrifica l’anziano, ma nulla ci esime dal ritenerci salvati.

Questa storia ha portato un movimento a candidarsi al governo di un paese, la giriamo come ci pare, ma è una rivoluzione civile vera e disarmata, una rivoluzione coi voti e coi fatti vedremo.

Chi ha una cultura movimentista, chi ha portato avanti parole come piazza e collettivo e tira il culo indietro dimostra un’inadeguatezza che nasce dall’instabilità della paura. Siamo ingovernabili ora o lo eravamo prima?
Siamo impreparati ora o facevamo schifo prima?  proviamo a estenderlo questo post vediamo dove andiamo a finire…

Due sezioni nette definite scandiscono il tono di tutto il lavoro di Stefano Guglielmin per CFR edizioni: “le  volpi gridano in giardino”. Canti dell’amore coniugale e Canti partigiani, due partizioni ben definite, ma che hanno nella fisonomia poetica di Guglielmin il suo anello di congiunzione.

Pane, padre e bocca, come elementi che ripercorrono una storicizzazione che Stefano richiama a sè quasi per poterla riordinare nei suoi tratti fondanti.  Ingredienti di una trasfigurazione linguistica e sentimentale che Guglielmin maneggia con l’esperienza di chi sa bene che il linguaggio non basta per indicare l’essere due.

Pensiero, parola e azione, come movimenti dell’esistenza e come forme della resistenza all’uomo e alla sua lingua. Una parola pensata e riflessiva, una descrittiva e analitica e una parola agente che si libera affermandosi: “voglio dire”come fosse necessità assoluta dell’uomo e della voce.

Non la distanza dell’alterità, ma la capace e attenta osservazione della presenza, non l’altro, ma l’umano come paesaggio come funzione esemplare del mondo, in questo attraversamento risiede a mio avviso tutto l’atteggiamento civile della poesia e del lavoro di Stefano Guglielmin

Difficile non condividere le note di Donini quando afferma nella prefazione che ci sono libri che si spalancano su una crisi a cui la maturità dona nuovi sapori e nuovi percorsi di scrittura e di ricerca, ma la responsabilità a cui i versi di Stefano ci richiamano sono prima di tutto un atto fondativo di una misura poetica che inizia a rintracciare in maniera diversa le ragioni del suo dire.

Se veramente nel libro c’è urgenza è quella di cominciare a mettere ordine, scandito anche nell’uso di molte parole che richiamano allo scavo e al cominciamento, ordine nel proprio sguardo e nella propria interiorità, ordine come procedimento ed esigenza per dire la storia partecipandola.

dall’ editoriale di PRE-CARIE 

è sempre più facile cercare di spiegare quello che è successo prima che prevedere quello che verrà dopo
ma in questa eziologia farsesca la ricerca delle cause serve poco, in questa prolunga di presente,dove
l’unico effetto è e sarà l’assenza di cambiamento, pre-carie non è altro che un osservare il guasto che soggiornare
nel danno che è avvenuto, far battere la lingua dove duole il dente

la voce degli altri è poesia in azione, è un ascolto dei suoni che il linguaggio trasforma,  prodotta e distribuita gratuitamente come rumore che si muove.

un sentito grazie ai collaboratori di questo numero

mi piacerebbe ricordarmi dove ero nella citazione delle cinque della sera
un sistema grafico usurato ci toglie il respiro, ci fa credere che il male sia passato
una scrittura è un sistema di rivolta il resto sono palle di messaggi indecifrabili.
La gamba destra mi respira ho scarpe notevoli per tutte le distanze
la letteratura mondo dovrebbe espatriare come la fazio-mania
la benignocrazia e il savianesimo infangante.
Non voglio mimare niente voglio solo riprodurmi nella pagina
se le nostre parole non colmano più il vuoto che le profezie facciano il loro corso insieme alla natura
tanto qualcuno prima o poi ci prende le misure.
Il poeta servo appaga un bisogno puramente sensuale mescola con la patina il margine del foglio
noi siamo solo travestiti odiamo qualcosa, ma siamo incapaci di odiare più forte.
Dubitate, ma restate seduti, calate dall’alto tutti i sogni rimasti
mi aspettavo qualcosa che somigliasse a un dissenso mi avete rotto le palle con la ricognizione del disprezzo
e adesso trasformiamoci, ma con totale noncuranza, tanto il canone se non lo toglie Silvio lo cancella chi non studia
Dammi un consiglio per rimanere vivo, per registrare il mio motore, io scrivo sempre dalla parte sbagliata
con tutte ‘ste pupille che han visto un Dio che cade, con tutto ‘sto presente così pieno di figure
Che le parole non mi si spezzino nelle mani diceva Fortini, e forse ti basterebbe questo per provare a entrare
ma se lo fai cammina, un piede avanti all’altro in completa distensione
tra i propositi dell’anno metti un po’ di pepe al sonno che con quello al culo ci abbiam già provato quasi tutti
magari ti si infiammano i sogni e passeremo bruciando
amore mio grandissimo spero solo di amarti leggermente con tutte le mie concentrazioni di penna e di pancia
il meglio deve ancora venire che non si sa se l’ha detto prima Obama o Ligabue ma in fondo conta poco

Non è possibile né scindere né unire esistenza e scrittura: a tratti distinguibili, a tratti coincidenti. La scrittura, oltretutto, spesso rifiutata quando pare che attraverso essa si definisca la persona, il poeta inteso in quanto dialettica identità/maschera, ma ancor di più accoratamente seguita, pedinata, curata per rintracciare in essa qualcosa di personale. Il registro lessemico si rincorre tra queste due sponde senza soluzione di continuità, attingendo alle cose e l’attinto lanciandolo lontano da sé, come cosa non autentica. Continuamente risospinte ai bordi dell’esistenza da che centrali erano, le cose, i libri in maniera preponderante, costituiscono il fulcro, anche in negativo, di questi testi poetici. Il soggetto dichiara di non sapere, di non conoscere le cose reali, le cose che corrispondono alla realtà: il vetro, il cemento,  per condurci di fronte allo spettacolo della sua interiorità, quella relativa ai sabati a tracolla trascorsi in casa, ma è un’interiorità piena di buchi, di oggetti che stanno al posto di altri, che ne usurpano lo spazio. Poiché, appunto, altre sono le cose che si vorrebbe avere e la loro mancanza depaupera il soggetto, lo rende presente solo tramite una matita: considerato che è attraverso la rappresentazione che si pensa di mettere in atto una resistenza rispetto a una realtà non accogliente, con cui non si trova accordo. Resistere, non accettare, non conformarsi è l’ultima strenua attività, ma il disegno,  la scrittura si appropriano del corpo – siamo letti pur senza che pronunciamo nulla –   dunque, la strategia da mettere in piedi si complica. Scrittura si alloca nello spazio esistenziale, di cui il poeta avverte l’usurpazione e, dunque, è necessaria anche una ribellione alla scrittura, la quale è cresciuta  a dismisura, e proprio mentre il poeta se ne allontanava, quando era divenuta quasi una cosa familiare, tessuta con frequenza quotidiana. Ribellione che denuncia che lo spazio esistenziale è altro, è negli interstizi del tempo, quello sospeso, quello delle pieghe. Quello riposto nell’infanzia. D’altra parte, Alessandro Assiri lo ripete, la scrittura brucia più storia di quanta ne produca. Chiede che l’esistenza stessa faccia da combustile alla sua realizzazione. E dunque in questo divario, in questi due tempi differenti, così come sono diversi carne e scrittura, si situa l’esistenza del poeta. Difficilissima disputa, poiché la scrittura si dice di carne, è parte del poeta, e proprio mentre ne costruisce il simulacro. Crediamo che in questo scarto non dirimibile sia la cifra di questo testo, in cui la bilancia  non può pendere a favore di nessun corno del problema e se, pertanto, il dramma è costituito da un drago a due teste, bisogna affrontare entrambe: convivere con la scrittura così come si convive con un altro essere, con la sua presenza, con la sua assenza, cercando di liberarsene, gettando altra storia nel testo.

rosa pierno
Il gatto la volpe e l’armeria dei briganti
E’ una questione di qualcosa, forse di fretta o meraviglia, ma qui si respira male
sia le sorprese che le scuse, poi le stelle finiscono o si vedono di meno ed improvviso ci si scorda
che a bologna un libro in tasca lo devi sempre avere così se ci si incontra se ne ha un pezzo da strappare
non so più se è troppa neve o se grattiamo male il vetro, se contano i numeri o il cemento
è quasi un’ora che hai le mani chiuse, un’ora oltre le cose dalle ciglia amplificate
con cui sbatti l’alfabeto
la fine degli auguri forti, se fossi capace ci metterei una croce, ma quando penso che sei scrittura chiara
mi vengono in mente tutti i sabati a tracolla dove il nemico si combatteva stando a casa
e un po’ mi irrigidisco come quando si va in vacanza e si ostenta il coraggio con la testa tutta indietro
i fiori non li voglio recidono i pensieri, diventano formule di saluti risentiti, come essere costretti a vivere sempre con i saldi
tra i toni grigi che arrivano dal terzo, coi figli di corsa e gli zerbini severi
siamo solo un po’ di sporco accanto a dormire il nostro sonno coi buchi
mi è arrivato in ritardo c’era rimasto addosso poco,solo una somiglianza vaga una resistenza a matita
dalle maiuscole ti riconoscerei tra tanti, la storia sempre più piccola di una materia che conosci
continua ad andare spesso a capo, le lettere grandi tirano a fine mese un gesto trasgressivo dei sensi
vedi che alla fine saltano fuori i nomi con lentezza ed ovvietà anticipano i corpi e si rimangiano parole
chiamano le descrizioni del mondo con meticci movimenti di accattoni  e concorrenti
non avrai altro dramma al di fuori di me, a questo ci condanna il nome a essere letti anche senza voce
quello spazio bianco è pelle dove devo inventare una retorica, un’esecuzione di sentimenti
un buon pomeriggio a cui chiedere scusa, la lista della spesa e quella dei nemici
vedo virgole danzanti cadere come folgore, il servo che ci chiama non è diverso dall’anagramma stupido di un verso
vorrei scrivere tutto quello che tocco che sei morbida sul tardi che sei cresciuta a misura del mio stesso allontanarmi
la vita che si riassume non è mai quella precisa dello sporco ne del risparmio del sale  
piuttosto è quella delle ore, delle distanze fatte a piedi, dei corridoi lunghi, dei balconi da dove ti sporgevi
le parole che abbiamo scritto insieme ci fanno apprendisti su tutto, ci mettono sonno al posto dell’angoscia
sembra di uccidere sorrisi in una lingua sconosciuta, nessuna scala per il paradiso
ne ascensori per posti irresistibili, ti lascio ai tuoi ricordi scuri e torno a rimproverarmi di un giovedì minore
le tue righe successive invadono i libri di segni, ci deludono, ci avvertono, come consigli ci rincuorano
poi solo rumore all’impazzata, primavere dai conti salati rimasticano i vuoti nel peso di qualcosa che decide
se mi muovo mi stai dietro, in un altro libro scritto bruci i chili delle scorte
quando diventi scrittura ricomincio a cambiare, ti aspetto dritto senza nipoti e senza slanci
ti muovi d’altro dentro mentre irritata ritorni di carne, senza sconti cerchi il muro che ti piega
nel buio della gonna dove a volte piove tutto il tempo che ti resto nelle gambe
finisce tra due metri con il pane e con la pasta, starò magari bene, ma per ora non si sente
tutto quel che si può fare è un impossibile un po’ corto, l’hai trovato dentro il frigo
tutto il mondo che hai rubato, con le mani dentro al vaso e i cavalli a dondolo a batterci in testa
il mio sud è qualcosa in discesa consuma più storia di quella che produce, ha un ginocchio per la morte
un triciclo per l’amore e qui lo sai si trova casa in fretta senza esagerare con le linee troppo chiare
scendevo a patti con i tuoi inviti  con la ferocia della caccia e col letto da bagnare
chi balla nei vestiti fugge da un pericolo col bavero rialzato, accumula squilli e nocche spellate
divani dove insistere trascinando i propri strappi di perimetri insalubri come affitti stagionali
i soggiorni brevi delle estati, le notti appena fresche a strapparti dal riposo cosi toccato dai tuoi mali
la mia pazienza è il doppio esatto dei tuoi vocaboli, insieme fanno le spalle
in questo freddo di scrittura come vita che ci usura, questo cielo inizia dal tallone
da una terra provvisoria di parole in catene, dove bruci più storia di quanta ne produci
stavamo come Roma ad assorbire un vantaggio di un mestiere che si impara
nell’insistenza di quel dio che tiene l’uomo ostile minacciandoci col cielo
tutti presi a prender le misure delle piccole ambizioni, dei piatti di portata
quale lato viene fuori? è il blues che preferisco, dicono di me che tu non guardi mai
nel gomitolo del nome ai fili ricevuti e si faceva quel che si poteva per stare più in vetrina
adesso vediamo l’ora in cui partire, immaginare l’armadio dell’arrivo col supplemento del cuscino
il venerdì che siamo scesi dall’albero per tornare in casa era fatto solo di bambini e di cerotti
tenevamo l’orizzonte in basso una qualità modesta, il conto chiesto in fretta dei vent’anni meno
le biglie coi ciclisti che ci sorridevano al ritorno dalla volata finale ancora sporche di sabbia
facevi sulle dita le addizioni difficili, riparavi gli errori aggiungendo una spanna
rimediavi per noi che dovevamo pur vivere cercando di accorgercene
ritratto di una voce che riscrive le nostre virtù misere al sicuro dai rovesci
contribuiamo a darci il volto di una vita in abiti leggeri, perché restaurare sarebbe rimanere
fedeli a una misura legata all’inverno, gomitoli di rese e toppe improvvise
tu che prima di scrivere non conti e le sillabe che diventano saliva zavorrate di pesi
sul pavimento qualche goccia di un grazie appeso ai denti come se scappare fuori ci pulisse dentro
come la sera della festa  che da sempre è degli avanzi, ti trovo un po’ più esperta verso una fine di vacanza
a trasformare la casa come diretta conseguenza ad accarezzare con il sidol le maniglie della porta
ti vesti e io ricucio quel che di esatto c’era, tra l’erba cercavamo copertura
è compito della luce elaborare la fame, rifarsi amanti mediocri, lavarsi per primi
domani ti dimenticherò meglio, domani che avrò fatto acqua quando serve
alessandro assiri                                                                          

Arrendetevi che meraviglia questo linguaggio grillesco del tutti a casa siete circondati, ma arrendetevi a chi ai numeri, alla moltidutine ai surrogati della piazza, perchè se si chiede una resa che lo si faccia almeno in nome delle idee non in quello della forza. Paradossale mi sembra chiedere la destituzione della società dello spettacolo dagli stessi elementi che l’hanno prodotta. In queste rottamazioni globali intravvediamo veramente un futuro o parliamo il verbo della nausea. Lo spettacolo esiste perchè tutti ne facciamo, parte perchè, tutti dentro contribuiamo a parteciparlo, è la parte marcia dell’eredità sessantottina, l’aver reso la tuttologia come forma di pensiero diffuso. Quando le domande non sorgono, ma sono suggerite è lì che sta la paura di cambiare, lì dove non sappiamo interrogare, ma solo descrivere. Se questa deve diventare la forza del cambiamento proviamo a diventare abbastanza intelligenti da far sì che duri, da far sì che non nasca con l’ombra dietro al culo. C’è una differenza politica forte tra il rassegnarsi e il farsi una ragione, una differenza rintracciabile nel capitale residuo di ogni cultura e nei limiti smaccati del suo recupero. Queste piazze non mi danno nostalgia non hanno abbastanza vento per spazzare, uno solo che grida e gli altri ad annuire. E’ sicuramente necessario costruire una delegittimazione della classe politica attuale, ma se non abbiamo imparato nulla sulle “onde di spinta” siamo rivoluzionari ridicoli, siamo accumulatori di macerie. Chi lotta per accaparrarsi attori e cantanti non fa altro che fabbricare un consenso sullo stesso niente che cerca di destiuire, pesca da un bacino di utenza morto di ricicli di idee stantie, nutre lo stesso sistema che vuole abbattere. Cos’è l’antipolitica se non l’altra faccia di una poltrona, se non una sedia vista da dietro. Se vogliamo provare a ridiscutere i meccanismi dobbiamo farlo ridiscutendo i concetti di identità e di futuro, ricostruire una critica dell’uno e smettere di percepire l’altro come fiction; costruire coscienza politica è partecipare al cambiamento trasmettendo responsabilità non entusiasmi. Arrendetevi vuol dire ascoltare il risentimento ma detto ora e in questo modo equivale a dire: avanti che Dio riconoscerà i suoi, avanti senza lucidità e senza sguardo. Probabilmente appartiene alle rivoluzioni un carattere di incompiutezza, ma qualcuna sinceramente mi piacerebbe vincerla senza guardarmi dal contagio.

poi finisce che mi annoio di tutti questi posti dove posso andare subito
di tutte le parole che nascono piccole anche quando sono cattive
bisognerebbe sempre diffidare di chi ci vuol dire ancora di crescita e sviluppo

assegnare un attore alle lettere in attesa così che anche coi dolori ci sembri di far pari
e tutte quelle malattie che si prendono coi morsi, quelle canzoni iniziate a bassa voce

mettimi in camera qualcosa di vivo, il tuo corpo o un’altra unità di misura 

Alessandro Assiri, poeta noto e “scafato”  nel senso di “avvertito, che ben conosce la poesia contemporanea oltre a quella letteraria, critico ed edotto di come funzioni la macchina del successo letterario”, si presenta con un libro dal titolo ambiguo: i tempi possono essere vicini perché prossimi a venire e perché appena scorsi, tanto che ancora ne recuperiamo oggetti, memorie, scaglie usurate d’eventi,  frammenti d’identità, pulsioni , evocazioni, consapevolezze dure come piccole pietre.
Le liriche del libro, suddivise in quattro sezioni dai titoli suggestivi, danno ragione dello sguardo
strabico  del poeta che coglie frammenti di un passato prossimo per rivisitare il presente e compiere anche l’azione contraria, dal presente al passato. In questa continua operazione transitoria l’io lirico è pressoché assente: spia dietro le scelte dello sguardo e si ritaglia il compito del lessico e del metro.
C’è un’ironia amara che pervade l’intero libro, anche le frasi fatte, il raccogliticcio verbale,  sono uno strumento affilato di penetrazione dentro una realtà attuale che non si ama, così come non si è saputa amare con  dura consistenza quella della gioventù che travestiva i giorni con un eskimo di sogni.
Nessun rimpianto, però, macchia questi rimasugli, né essi sono utilizzati a pretesto per rimpianti o per acrimonie; anche se non è ben chiaro perché il tempo abbia spinto in una direzione variata e contraria, la nuova realtà ci colpisce  su cicatrici ormai chiuse e il dolore è ottuso dagli antidolorifici.
Ciò che si è perduto non può tornare, può essere rimpiazzato ma l’intervento mostra ancora più chiaramente la il logos e il topos del dolore: “ (…..) Rifatto fino al nome assolvi la vita che hai perduto/ un po’ da militante e un po’ da dissociato/ prima sedicente poi compagno che ha sbagliato.”.
Questa ironia, riscontrabile un po’ in tutte le poesie, ora leggera ora pungente, riverbera sull’autore stesso al quale resta come un’arma un po’ spuntata per dire di sé nei tempi , e il suo sé corrisponde a quello di tanti suoi coetanei.
Assiri poeta non ama stupire né recriminare: appartiene alla quota scarsa delle persone che non si chiamano fuori dal gioco o che colpevolizzano sempre gli altri, il caso,ecc.., per i fallimenti personali e collettivi; la sua denuncia è una autodenuncia e , soprattutto, non ha carte a discolpa né le chiede.
La sua poesia è dimessa. colloquiale, a volte brevissima riuscendo però a sfuggire all’aforisma e alla sapienzialità: “ Sul muretto coi brufoli a parlare fino a tardi/ dell’omino coi baffi con sto nome da birra e sta faccia da schiaffi.”
Chi ha gli anta alle spalle ha vissuto una scena come questa e non saprebbe descriverla meglio: poche parole essenziali, precise, scavate nei meandri della memoria.
Qualcuno potrebbe obiettare che così operando la poesia non ci porta a nessun passo in avanti. Ma quando mai è successo?
La poesia- azione appartiene alle sue origini, alla sua pratica impellente, da gulag o da frontiera; ci resta una poesia che contiene, quando ci riesce, l’esubero del sentimentalismo , e i materiali di costruzione dell’identità.
Può dirci dei mali e dei tempi a suo rischio e pericolo: a rischio  dell’invettiva o di procreare un ibrido fra un io travolto dal presente e smarrito fra sirene e miraggi contemporanei.
La lucidità di Assiri è preziosa perché non ambisce stupire, né commuovere, neppure farci troppo riflettere:  i suoi versi ci fanno ritrovare un amico con il quale conversare  sorridendo con un po’ di amarezza per i nostri fallimenti. E questi anni duemila ci hanno spogliato di ogni ideale e , se la colla è rimasta, come afferma Alessandro, non c’è più nulla da appendere.
Narda Fattori