Archivi per il mese di: marzo, 2013

Questa non è una recensione – Su “In tempi ormai vicini” di Alessandro Assiri

 

All’inizio di “In tempi ormai vicini” c’è una citazione di Antonio Delfini che da sola vale l’acquisto della plaquette. Poi, come è capitato allo scrivente, è venuta spontanea la domanda: cos’hanno in comune A. Assiri e A. Delfini? In primis, e non secondariamente, un’appartenenza regionale che li accomuna e certifica una certa identità ben precisa: l’uno è originario di Bologna e l’altro di Modena. Tuttavia il dato a cui ricondurre la loro scrittura è sicuramente un’identica propensione a inventare la realtà. Sì, anche ricorrendo a un processo di ricostruzione memoriale il quale, per quanto calato in profondità, risulta insufficiente a recuperare la totalità dell’oggetto messo a fuoco. Dico inoltre che sarebbe interessante proseguire con la disamina dei punti di contatto esistenti tra A. Assiri e A. Delfini, ma qui mi fermo.

Preme allo scrivente, infatti, tornare alle cose successe (diciamo: dalla fine degli anni ’60 alla fine degli anni ’70) a cui allude “In tempi ormai vicini”. Ripensandoci, dunque, riaffiora alla memoria il volto di Pietro Valpreda e, poi, la cronaca di quei primi momenti successivi all’attentato avvenuto nella Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano. Ebbene: come si poteva credere che un elegante e dinoccolato ballerino fosse il responsabile di una strage in cui perirono 17 persone? Eppure è quello che ci è stato raccontato per anni. E tuttora i veri responsabili sono ignoti. E lo stesso si potrebbe dire delle stragi di Piazza della Loggia e di quella compiuta alla stazione ferroviaria di Bologna. Già, proprio così: nelle mie orecchie risuona ancora un indignato “assassini” gridato da una coppia di turisti inglesi mentre ero in attesa di un treno alla stazione ferroviaria di Desenzano del Garda.

Riporto ciò per sottolineare che la plaquette di A. Assiri va letta nel solco di una sentita e ancora presente commozione per le vittime di una stagione con la quale in Italia non si sono ancora fatti compiutamente i conti. E vengo al punto accennato all’inizio, ovvero a quell’inventare la realtà che costituisce la condizione nessaria per cercare di ristabilire un minimo di verità storica e contrapporla alle falsità, agli intrecci oscuri e ai colpevoli silenzi che non hanno mai smesso di minare la dignità di un intero paese e le sue stesse fondamenta. La posizione del poeta è invece chiara ed è subordinata “a un priori” morale che è come una specie di gong per la coscienza, un rimbombo che la fa essere desta e pronta a cogliere: “Il sostegno scucito dal gorgoglio dei morti”.

Ecco, l’invito è a leggere “In tempi ormai vicini” avendo come sfondo le tensioni di una società civile che si voleva intimidire e governare subdolamente ordendo fatti che nascevano anche all’interno delle istituzioni pubbliche e i cui fantasmi aleggiano ancora impuniti a distanza di anni.

Cambiando registro, si vuole altresì notare che la plaquette è tuttavia percorsa da versi teneri e che, in qualche misura, cercano di riconciliare e ammorbidire il peso di chi è stato attore e, in pari tempo, spettatore di certe esperienze, come quando si legge: si parlava così in fretta di pericoli e stagioni/ si confondeva amore con incontrarsi qualche volta/ il nostro immaginario che non controllava il movimento/ così che ogni richiamo ci sembrava un cambiamento.
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 il mondo che è mondo solo fino alle parole e poi si ribalta, mi sembri un trattato di dietetica come se ci fosse bisogno di una scuola per diventare deboli, ho dovuto demolire gli istinti, ma poi mi sono accorto di parlare ancora la paura, la stessa che mi vorrebbe controllore dei comportamenti nocivi, corpo e libertà sono comandamenti della conoscenza, l’accoglienza che dovrebbe avere luogo nell’alterità, forse un mare di cazzate, io di te ho paura, ho paura del tuo corpo che non mi da più la somma dei suoi dati, ho la paura di chi si è lacerato con  gli odori delle tue mutande, della penombra che è diventata un luogo passionale e ho paura del mio bene che non riesce a passare, provo ad aprire questa affettività del cazzo che vissuta così è solo opera di un vile, ” mi chiamo antonin artaud e mi rimetterò a scrivere quando mi sentirò più felice”, perchè scrivere è star scritto è aspettare il disimpegno, io attendo soltanto l’energia eccedente dalle tue gambe che mi piacciono tanto anche se sono più magre, poi trasformarsi tornare a esser cosa insieme di aneddoti ripetitivi che ci fanno movimento, ma non rivoluzione

Classe 62
Il dentro e il fuori di una generazione
sempre sulla soglia

Venerdì 5 aprile 2013, ore 20.30
Feltre, Lobion di Cart dietro il ristorante Panevin
Giovanni Trimeri presenta
Alessandro Assiri
In tempi ormai vicini (Edizioni CFR) Augusto Pivanti
Specchio del disinganno (LietoColle)


 
MIMARE DI SCHIENA
Tempi (e amici) ormai vicini (ormai lontani)
Alessandro Assiri, In tempi ormai vicini, Edizioni CFR, 2013
(…) Il merito di Assiri sta dunque nell’aver portato a metodo la visione del “chiunque”, nell’aver scritto in nome e per conto di tutti senza esplicito incarico, ma avendone implicito permesso causa il valore dell’analisi (…)”.
Avevamo lasciato Assiri qui, impegnato nella coralità del canto, quando s’era resa una sensazione intorno a La stanza delle poche righe (Manni, 2010), e qui lo ritroviamo, discontinuo eppure coerente nel gesto, con un lavoro che sembra emendare l’esperienza vissuta sul piano collettivo attraverso la nemesi della disillusione personale, in una sorta di “nostalgia della sconfitta” come in Jung da vecchio – (…) Non possiamo e non dobbiamo rinunciare a far uso della ragione; e neppure dobbiamo abbandonare la speranza che ci soccorra l’istinto (…) – .
Il linguaggio scelto – fuori di metafora, diretto, eppure a tratti lirico senza necessità di vergognarsene, come vorrebbe certa critica militante per giustificare l’appartenenza ad una presunta contemporaneità – alterna il “dolore della memoria”, delle mancate accoglienze –
E tutte le favole che ci sporcano in casa
gli scalini che ho rifatto per vedere se respiri
con la vita che dai fianchi non coincide
per tutti i padri che misuriamo ad intenzioni
con momenti di interrogazione senza domanda –
E anche qui che ci mancava l’idea stessa di aver niente
restavamo appesi ai ferri convinti di allevare santi
tra le parole sottolineate di una grammatica di sputi
Assiri sembra “mimare di schiena” (rispetto all’Insegnante Tempo) le soluzioni ai “compagni di classe” – dove i compagni non sono solamente “scolastici” e dove la classe non è soltanto appartenenza all’età – per contribuire al successo in una scuola dell’esperienza estrema, che l’autore ripercorre intera, senza finzioni, forse con l’orgoglio di vedere confermato nel presente lo strabismo di una stagione che sembrava preludere a un cambiamento che non c’è stato, in nessuna delle direzioni possibili.
L’editore prima – con la collocazione di In tempi ormai vicini in una collana “di poesia giocosa e satirica” – e il prefatore poi – insistendo sull’aspetto satirico di un libro che nulla c’entra con Aristofane, hanno inspiegabilmente operato a sminuire il lavoro di Assiri, che si situa, viceversa, in uno scaffale alto della poesia civile del nostro Paese, in quell’area dove i meccanismi non svelati passano per il coraggio delle retroguardie, dei rincalzi che hanno spiato dai buchi delle serrature i loro fratelli maggiori spingersi nei territori dell’eskimo (prima) e del piombo (poi).
La scrittura di Assiri rimane – nel solco della sua “tradizione” – piena, sonora, densa di un’umanità ruminata a lungo e di una pietas mai addomesticata a buonismi di maniera.
Con In tempi ormai vicini l’autore si (e ci) regala una “ricreazione del pensiero ritornato”, per la quale non solamente la sua generazione gli deve gratitudine e riconoscimento di valore.
Augusto Pivanti

diceva la Febbraro: la poesia ti rintrona dentro
ed è questo il suono della geografia emotiva di Angela Siciliano nel suo ultimo lavoro “tra le dita”
non una carrellata di volti corpi amati voluti o soltanto inventati, ma un paesaggio sensoriale
di chi coi sensi ascolta molto prima di dire, scopre senza doversi per forza pronunciare

perchè a mio avviso il libro di Angela non va letto per quello che dice, ma per quello che si lascia dire, va letto nel tempo che intercorre tra un epifania e una voglia, va letto tra gli intervalli della presenza e tutti quei silenzi che costruiscono il volto di un’ affettività, che modella la carne con le attese

chi gioca a cosa? quale donna è Angela? non è necessario rispondere a queste domande non appartiene alla chiave di comprensione del libro che trova la sua cifra non in un’educazione sentimentale,ma nella ricerca di un disincanto, nello spessore del viaggio di un nomade affettivo dove “vero viaggiatore è sempre colui che parte per partire e senza saper perchè dice sempre andiamo”

ma ogni viaggio consuma spesso più di quel che produce perchè inconsciamente ogni viaggio cerca radice e qui la lingua di Angela diventa un baratto uno scambio simbolico di spasmi contrazioni e tenerezze, una lingua che sente l’incompletezza del non riuscire a dire, che percepisce i limiti di un linguaggio e proprio per queste si riempie di gente

Non confondiamo la propaganda con la necessità, perchè più di novanta voti, quasi un plebiscito, non sono manovra, ma strategia. Una logica strategica che risponde a interessi della chiesa e del suo restauro d’immagine, infatti mi fanno ridere questi tentativi di attachement per accodarsi a un consenso, questi accaparramenti di gesti, forme e simboli che si cerca di fare entrare dalla porta di servizio solo per mendicare delle attribuzioni.

Non abbiamo bisogno di scomodare l’antropologia per sapere che il simbolo parla molto più forte, parla nella genesi del dettato, parla su quel terreno del sacro che ha costruito il patrimonio del divenire umano. Non abbiamo bisogno di scomodare la psicologia comportamentale per capire che il linguaggio corporeo ha nei suoi segni una valenza molto più profonda di qualunque lingua.

La battaglia della chiesa non è la battaglia per il mondo anche se forse lo dovrebbe essere, ma l’astuzia di trasformare i temi del conflitto umano sono molto più che una sottigliezza sono l’attribuzione di una codifica. Affrontare la corruzione, arginare la povertà sono le ambizioni della misericordia, ma sono l’unica faccia con cui si puo cercare di redimere un comportamento e questo la chiesa lo sa bene, forse molto meglio di altri.

Riportare l’uomo al centro del suo agire non è altro che cercare di responsabilizzarne i comportamenti e questo atteggiamento francescano è il tentativo di stare prima della moralizzazione,il tentaivo di rifar leggere nel simbolo il paradigma.

Fate quello che dico e non quello che faccio sono state le parole che hanno disgregato un comportamento, cercare di ribaltare questa logica per riportare l’azione al centro del fare è comunque la si metta cercare di rieducare l’uomo alla sua responsabilità, che è compito che la chiesa da sempre nel bene o nel male arroga a sè.

Andare a cercare gli appoggi di regime dopo quanto è successo da Pio 12 in poi, solo per stare in epoca moderna, pretendere che questo argentino dica che è a favore dei matrimoni gay mi fa scappare da ridere, ma non per l’innesco della macchina del fango che è diventata costume, mi fa ridere per la sterilità degli argomenti, per l’incapacità della cultura o meglio della pseudo cultura di dire che se questo era un passaggio obbligato, sti testoni porporati l’hanno saputo leggere prima dimostrando di essere una casta con più esperienza…
abrazos

Il viaggio tema consono dell’esperienza poetica diventa qui punto di vista e orizzonte focale
quel viaggio che ha solo occhi e strada, passi e gomme surriscaldate su strade polverose si ripropone nell ultimo lavoro di Andrea Garbin
 
 
la gola sembra seccarsi nella prima lettura di questi dieci paesaggi che Garbin ci consegna si seccano le labbra e si ha sete perchè, il senso di aridità che pervade l’opera
è l’asprezza di una terra che solo nell’abbandono può essere compresa, l’abbandono delle convenzioni e l’abbandono dei nomi. “nulla ritorna al passato nemmeno le pietre”
ci ricorda Garbin, mentre si orienta all’ascolto procedendo intelligentemente al di fuori di un senso tragico di cui sarebbe facile rimanere preda.
 
 
Diciamo subito che nel testo l’autore ha maturato abbastanza scaltrezza da liberarsi da quell’intendimento
iniziatico che troppo spesso appesantisce non solo i viaggi, ma persino gli spostamenti
Qui Andrea si muove sposta il suo centro, porta con se i suoi autori di riferimento e vi dialoga spesso li interroga ” sedendosi accanto ma non aspettando”
 
 
riferisce segnala in un rapporto di scrittura che è senz’altro il farsi di una necessità,ma che risponde anche ad altre esgenze
“come il gioco dei bambini nei libri scrissi l’odore” si dice in uno dei tanti versi riusciti, e proprio nella scrittura di questi odori e di
polvere ” l’uomo che osserva” come l’autore si descrive compie il proprio percorso. In questo ruolo da osservatore che l’autore si cuce addosso c’è una chiave di lettura forte di tutto il lavoro, di un compito stesso della poesia che nel suo carattere testimoniale ha la propria autenticità .
 
In una lettura onesta che è quella che distingue la prima impressione dalla pancia, traspare che Garbin come è prorpio dell’essenza del viaggio, compie un percorso alla ricerca della quiete che manca,rispettando in toto quel sovrano principio per cui :”vero viaggiatore è sempre colui che parte per partire e senza saper perchè dice sempre andiamo” .
Nella raccolta di Andrea sembra esserci un vettore evolutivo, forse lo stesso spirito Darwiniano che l’autore si premura di sottolineare, rimarcandone la direzione da un atto creaturale a una perdita di fede.
Nell’essenza del cammino, una delle più felici di tutto il lavoro, Garbin si chiede se esiste ancora un luogo per la bocca che altro non è che lo spazio poetico del dire e del ribadire, del testimoniare e del denunciare
come compito non della poesia civile, ma della civiltà della poesia.
Sarebbe da dilettanti dire e piagnucolare che non c’è più nulla da fare che le parole non servono più, sarebbe comodo crogiolarsi in quella pigrizia intellettuale che pervade tutto ciò che abbiamo attorno e Andrea che ha dimostrato anche nel suo percorso umano di avere ben imparato la lezione ci fornisce con la croce del sud un ulteriore indicazione che il prodotto dell’impegno è sempre la somma di parole oneste.

se sto leggendo una poesia dei vivi in quel che faccio la ritrovo
nemmeno in occasione della guerra desiderarti è mai un’ansia

perchè poi sta faccia mi va bene anche se tengo gli occhi bassi
anche se hai avuto giorni meglio e il coraggio di un altro indirizzo

qualcuno più svelto che cambia le stelle anche quelle non dette
e le disegna da sotto carboncino su bianco e poi baci mandati

vestiti che usciamo come ci fosse aria che va bene