Archivi per il mese di: maggio, 2013

Ecco ci siamo arrivati a capire quell’orrore che per anni il colonello kurtz ci ha tentato di spiegare che non è quello dei barbari, ma quello dei barbari che siamo diventati.

Uccidere tra l’indifferenza, perché è l’atto che non fa più spettacolo, perché è nella natura dell’osceno travalicare la scena, non la lama insanguinata, le mani grondanti e forse nemmeno la ripresa, soltanto l’esodante atarassia della rassegnazione all’orrore, la sazietà della pietà in un rivolo di sangue, la miseria in poche righe.

Cosa stiamo mettendo a fuoco? cosa stiamo veramente guardando? La decollazione giovannea o la scenda del delitto, qualunque cosa sia vi assistiamo da poveri senza nemmeno più il fermento, la frenesia che accompagnava le esecuzioni del terrore giacobino.

Non c’è più nulla da rifiutare, il no future è compiuto nella sua assunzione, non resta nemmeno il grido, nemmeno il vuoto della scena. E’ questa la rivoluzione riuscita quella del simulacro che è entrato nell’impotenza, il nulla del non avere simboli, l’eccesso di significato che si stempera nell’insignificanza, il male che davvero è diventato trasparente.

Nell’ estasi della comunicazione non si ha più nessuno di fronte, fabbricare il nemico diventa un gesto meccanico, va bene chiunque…

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In tempi ormai vicini

In principio; attrito.

Poi grazie ai giorni mai uguali della mente… Eureka! Trattasi di Storia, di ripasso in equilibrio tra risata e tragedia. Esercizi di memoria, vecchie fotografie con bambini con il gelato gusto “puffo” azzurrognolo (azzurrognoli i bambini delle foto), mentre attorno scoppiavano bombe e detonavano tutti gli odi diretti ad un nemico più definito (al qaeda ci fai na sega).
Così mi trovo vicinissimo, dentro ai tuoi scritti più di quanto credevo. Così li rileggo ogni tanto per certi dettagli e per ricordarmi che a scuola alla fine non me l’hanno raccontata proprio tutta giusta.
Sintesi senza punteggiatura di anni e luoghi perché c’è da dire l’essenziale: Il bello della gioventù.

Leggevo immaginando la tua voce che leggeva. Mi aiutava a starci dentro meglio.

Non come adesso che se senti due urli o è un ubriaco o una festa di laurea.
Dove sono la vita, l’errore vivace? A Verona no, si sa che si è ritirata negli sguardi: intimidita e ruffiana – è così ovunque? Si.
Tutti uguali, a distanza come brutti parenti alla lontana. Stesso sangue ma col dispiacere di somigliarsi in qualche modo, un sano disprezzo
 
michele

Brutti sporchi cattivi e forse comunisti, ma dove saranno andati gli zingari felici, adesso che ogni angolo è un centro sociale e ogni birkenstock un anarco insurrezionalista. Ogni pappagallo portobello. Se lasciamo che una piazza diventi strategia e non voce, di piazza si abbia davvero la decenza di non parlare
più, rimettiamo la parola a dormire e fate piano per non disturbare.

Che storia vogliamo raccontare, quella di uno zigomo tagliato o quella di chi ci vuol veder volare per sempre  basso, che storia vogliamo raccontare quella della rabbia che muore per chi ha concesso a un taglio lo stesso spazio di una piazza che non ha ancora raccolto i suoi pezzi.

Non voglio l’amichevole clima che aleggia per mascherare una mediocrità delle idee, non voglio questo artigianato morale che improvvisa calori, ne questi opinionisti d’avvenire, non è più vero che gli stessi elementi che denotano la bellezza sono gli stessi dell’orrore, se accettiamo un paragone di un errore giudiziario in un teatro di un processo malsano e incompiuto ci trasformiamo non in complici, ma in criminali.
La piazza non è di chi la rivendica,ma di chi la nobilita con le idee che vi conduce, se vogliamo ritornare alle talpe e agli infiltrati, ai provoatori e agli untorelli si sappia il rischio che si corre che non è un rischio della democrazia , ma della dignità
Non accontentarsi più dell’essere parlati, dell’essere scritti; al tu letterario che avanza si chiede di essere guardati, scrutati, sorvegliati.
Il luogo stesso della scrittura, essendo di per sé un luogo creaturale, si pone già come spazio abitato, come sede di ipostatizzazioni, perchè la creatura letteraria è sempre condannata o assolta dal divenire fisica, carnale, fosse pure carne smidollata.
Troppo, tutto si è detto dell’altro, ma poco, molto poco si è scritto in merito al delatore, a proposito di questo tu dei “servizi” che come un doppiogiochista prezzolato osserva e riferisce, così come se tornassimo indietro a frate mitra e a tutti gli infiltrati.
L’infiltrato si propone come noi, diventa come noi, ma di noi ci svende una parte, sacrifica la narrazione ai suoi occhi. La leggerezza di molta scrittura contemporanea sta nel credere che far parlare la spia e ascoltare il testimone sia qualcosa che si equivalga, ma è un errore imperdonabile e non soltanto per i fraintendimenti che genera.
Il tu osservatore al quale si chiederebbe solo di riferire lo strazio, non serve in realtà ad altro che far rientrare dalla finestra l’io che è uscito dalla porta. Curioso che non basti poeticamente la trasparenza per estirpare l’autoreferenza, quest’io che se è un altro non è mica interessante.
E allora eccola affiorare questa spia che ci amava, talmente tanto che però ci deve assomigliare, assumere i caratteri dell’infallibilità bondiana, esperto di tutto senza nessuna piega allo smoking, saccente e presuntuoso come solo certa poesia sa fare: il mio nome è Bond, James Bond.

gia su poesia2punto0

Quando è tardi son calde le cose da fare
io in quei giorni lì pensavo a Marcuse, perché c’erano molte più dimensioni
ma qualcuna con la coda di paglia ed altre invece che andavano a ruba.
Coppie senza ragioni si annusavano a turno mentre facevo a pugni per comprarti.
Questo lessico da strategia ci accompagnava in giro
dovunque si fosse delimitavamo il perimetro.
Ieri stabilivo miracoli e dettagli inutili
la tua vita resisteva al banco dei pegni
mensilmente ti rinnovavo gli auguri e gli impegni
poi d’improvviso hai cambiato rossetto
quei giorni di marzo così lunghi da scrivere
ci si attaccavano addosso come viaggi in Italia.
Diciamo che faccio il possibile per evitare i pranzi numerosi
e anche se tu iniziavi in fretta rimanevi avvolta di quell’alone di oratoria accademica
sapendo bene che sopravvivere è un impegno che si prende
riconoscendo il dolore da qualcos’altro di leggero.
Sciolsi l’aspirina girellando con il dito
una curva così la fa solo l’arcobaleno
o Anna quando piegava in divieto tra Castiglione e i giardini.
Insieme abbiamo preso l’epatite e qualche camicia in piazzola
sufficienti per mentirsi come gli innamorati veri.
Appartiene ai mediocri chi in tutto è sempre stato discreto.
La gente è uno sbaglio anche quando è lontana
Il male io e te ce lo siamo fatti a rate
partiva dalla testa arrivava alle braccia e rifaceva il giro.
Presenti segni di sesso leggero.
Bisogna premettere che di Liana non me ne fregava niente
qualche scambio di saliva
ma nemmeno dell’avanzata elettorale del pci sentivo particolarmente l’esigenza
i colpi di tosse dei vicini che ci ricordavano che anche a Bologna esiste la famiglia
e che esser due non ha niente a che fare con le persone.
Qualche porca puttana per alzare il tono della rabbia e compiacere il movimento
coadiuvante necessario per fare il molto leader.
Da un mondo ideale non ci si sposta si cade
recupero parziale delle lingue marginali
tacete in tedesco
ha idee anti-scemite.
la poesia della pugnalata alle spalle
ha un’acidità allargata
Dimenticatevi in bagno
estremi della città ideale
eravamo io, la Betta e qualche crepa
la mia presunzione suicidò il timore del tuo rifiuto
quando avvenne lo inventai tutto da fuori
aggiungendo note scheletriche per insaporire
le tue trecce sono state tutto il mio mondo
la mia propaganda per i capitoli bui.
16 reggimento disperazione
quadro della battaglia
nessuna causa nobile.
Proiezioni della città parallela
come prevenire il futuro di un arcipelago
monitoraggio dei poeti inattivi
controllo periodico delle sedimentazioni semantiche.
Ho visto la notte degli oscar
mangiato il pollo in hd
mi sono asciugato il culo con rotoloni smisurati.
un intervallo breve della poesia rurale
Parigi rue de grenelle 94/96
Finale di stagione
sollievo immediato
ieri ho visto un tipo curioso
aveva un senso di colpa e un 40 per cento di storie vere
la raccolta incompleta di Zagor costa rossa lo teneva ancora in gioco.
Non mi ricordo esattamente quando sono arrivati gli 80
eravamo più snob
note a margine :snob sine nobilitate, praticamente burini sospetti.
finché poesia non ci separi
La mia casa non l’ho ancora vista tutta
ho incontrato Cioran così tardi
che guardarmi crescere era un paradigma biberonico
sbrodolante senza che me ne accorgessi.
Un vuoto a perdere all’ufficio gestione immorali
come vestito vuoto di un passato inventato.
poesia di un tempo morto probabilmente al piano terzo
Di miami mi piacevano i finali
la prosa rallentata che suggerisce
agli altri quello che non sai fare te.
Il lamento rivoluzionario è la gentilezza della disperazione
di te senza stancarmi ho sempre detto benino.
Enrico correva e tutti loro dietro al culo
quanta Bologna ti serve per non farti male
quanti scatti sul finale
ho teatro da vendere, ma a Enrico non importa
qui non c’è una ferrovia chi cresce non ha di meglio da fare.
Qui c’è tutto fiume, il resto una minaccia
acqua che non la passa liscia.
Dietro ho un libro solo, uno dei tanti scritti male
uno sponsor qualunque, un fornitore ufficiale
apro un conto arancio fa così orientale.
Ero tutto preso a fare il soggetto debole
moderatamente difettoso
futuro indomabile di un ventennio di stesure.
Sarà più politico parlarmi addosso
moltitudine di quel che non ho scritto.
Verso le 9 sono più personale
mi libero dal brodo, mi faccio burro e salvia.
per una poesia espropriabile, ma non ancora per molto
La verità è l’esilio di un soggetto travestito
del mondo per cui vorrei essere vertigine.
Ci sono i treni che potrebbero subire variazioni
e un po’ anche noi che portiamo ritardo
ci allontaniamo dalla linea gialla per seguirne subito un’altra
ma è vietato attraversare i binari
aprire le porte prima che il treno sia completamente fermo
c’è il lato passeggero e il personale autorizzato
Vado a Cervia via Ravenna fermo in tutte le stazioni eccetto Cotignola
Accondiscendo alla discesa
prima classe in testa al treno.
Bruciavi le lettere
delle scritture non doveva restare che il battito.
ovvero della poesia polimorfa, dalla presa diretta alla presa scart
Era il Leo che convertiva col sudore uno stalinismo a basso costo.
Siamo così vicini da affrontarci in bocca
presto torneremo al voto
rimetteremo il giudizio popolare
ho un conflitto di interessi, ma leggero leggero.
Dove cazzo vai Leo?
Vado a prendermi il futuro se no rimango senza
Leo te l’ho già detto non ci sono più biglietti
io ne voglio 4 fette scavalco e me ne fotto.
E’ solo merce che parla la sua lingua elementare.
Siamo i sogni terremotati
di un’anagrafe che esplode
panorama d’ invettive
di una poesia ruminante.
Il verso del remix
dove le gambe si muovono lentamente
dove ogni poeta onesto è un dislessico professionista
il parlante medio
ha uno standard televisivo adeguato
moderatamente complice di un’impossibilità
e un filino claustrofobico
le sue parole sono di un autismo catodico
di nuovo la poesia delle merci atto terzo scena 21
Giulietta la materia di cui son fatti i sogni
Millimetricamente chimico affluisco da sinistra
enfatizzando i gesti
di mestiere faccio l’ologramma in un parco acquatico
c’è di bello che son vicino a casa e il giovedì riposo.
Marcel sei uno stronzo
una smagliatura d’inizio millennio
riprova di questo tempo inerte
ogni verso è un recto.
poesia al tempo del culo
Nadia fugge all’occorrenza
ordina i figli per gradi
si sorprende di rado
mi voleva bene sino a ieri.
E’ la logica dello strafare
che se fossi carta ti vedrei affondare.
La nostra sintassi prevedibile
le ossessioni all’aperto
questo esser meno vivi
ci fa cambiare idea.
Un testo come procedimento si offre alla temporalità
rilascia rottami su cui abbiamo perso i diritti
le parole diventano il riciclo di una complessità anarchica.
Come Paolino mettono in fila gli amichetti
per andare profumatamente a cagare.
Sul lungomare di Bologna non hanno mai visto un bianco
il resto appeso a un filo
come il gelato tutti i gusti che si succhia per le feste.
poesia del socmel endecasillabo sul finale
Nell’aria un odore mieloso di farmaci equivalenti
le nostre mani a disegnare l’aria
come si rompe il digiuno.
Quando spacciava Diana, c’era un piccolo errore
nella lingua di stagnola
le accarezzavo la testa
nell’unico modo per non farmi dire basta.
Ci si incrociava di denti e di capelli
in materassi pieni di insulti
dove ti potevo cercare
solo quando finivi.
Più in basso alla stanza
dichiarandosi dentro
ci sorrideva tua madre
per convincerci a smettere.
Adesso col bifidus siamo sgonfi e regolari
sudare è già pentirsi senza andare di corsa
poesia delle lettere cadute per terra
La lotta quotidiana contro le macchie difficili
difendi il tuo bucato innocente.
poesia del mocio teoria degli oggetti che creano dipendenze
Lo stile è il tuo atto di lettura
chi scrive inciampa verso il centro
si dovrebbe abolire la piazza dal vocabolario politico
la lingua ottusa
è quella che dal basso non rovescia
sto cazzo di strada è la letteratura che portiamo
come filtro di memoria
di appuntamenti rimandati di un giorno.
La poesia continua a deprimermi
come quando cercavo qualcosa con Alice
qualcosa di diverso dal suo biondo e dal suo culo.
Non ricordo chi di noi due fosse nato ad Amburgo.
poesia dell’intercettazione verbale 4713 disponibile in procura allegato agli atti
Non ha più un presente in fuga
ne porte da bussare
domenica da azzardare.
Mia madre con gli scarti ci faceva le polpette
presenze inquietanti delle sillogi sul cibo.
Ogni polpetta è una struttura inadeguata di un riciclo
il tentativo di riprisitinare una parola crollata
una forma letteraria disorientata da un sugo

Dipendo da un semaforo
da Anna ad occhi chiusi
quando m’allunga l’eroina.

C’è il ciclismo e il campionato
ma noi si guarda tutto dai colli
che più si scende più son cravatte strette
figure di merda e treni in seconda.

Ho aperto al mio sentire una zona linguistica
non c’era dentro niente
ma te pensa che fortuna
una vita priva di ondate di scrittura
di parole verso il fondo.

poesia dello tsunami a rischio parte 2 la città fraintende

 

Ci siamo tirati a sorte
come una generazione recente
di possibili rinunce
il nostro pubblico non è diverso
dal niente che ascolta.
Panorama irregolare del prozac
quante colpe in compagnia.
se la poesia è solo Voce non ha di certo molti amici
Un’anteprima assoluta
dopo tutti questi anni
di squali avvistati.
Ogni frase è da ritenersi ad assegnazione collettiva
l’uso improprio degli ascolti e delle ardite supposizioni
di rintracciarne gli autori
possono procurare effetti collaterali anche gravi.
Cammino per non finirti dentro
tu eri tanto e io qualcuno.
Giovanni non esiste è solo una carneficina.
E star trek che puzzava così di fabbrica
rilanciava il suo novecento improbabile.
Resto dell’idea
per tutta la stagione
che ti manca quella faccia
di chi ruba una bicicletta.
Ho risparmiato un po’
sulle chiamate nazionali
ma non ho lo stesso un parere
se non che il bambino
ha bisogno di mare
per i suoi giorni tristi.
Due colonne di nomi che sembrano quasi una lista.
Toglievo le riviste col sapone
la lotta che non amavo abbastanza
per pulire le idee facili.
Sono i temi trattati che ci destinano a un pubblico adulto.
poesia del carnevale delle parole andate a male
si ringrazia chi mi pare.