Archivi per il mese di: ottobre, 2013
Geppetto chiama a raccolta i suoi pezzi di legno,li inventa burattini e li brucia immolandoli al fuoco della scrittura.
Il mastro falegname che Assiri incarna e interpreta da voce al suo teatrino di personaggi che provengono da un passato irraggiungibile , figure che esistono solo se la parola le prolunga.
É alla scrittura e alle sue fatiche che Assiri torna a rivolgersi nel suo ultimo lavoro, rapporto conflittuale ed estremizzato che nasce per l’autore in un tempo definito, quegli anni settanta dove, per sua stessa ammissione la scrittura si praticava per diventare.

Estratto da un intervista con Giancarlo Roncarati

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Che poi a me viene in mente il titolo della prima antologica di Porta”quanto ho da dirvi”, io non lo so Matteo quanto, ma cosa hai da dirmi, perchè vedi per me politica non è mai stato scendere o salire, ma delimitare il campo per stabilre la distinzione delle idee, le magliette e i suoi colori, idee e colori come coadivuante e memoria del fare.
La tua generazione paga ancora la sindrome di Fabio Volo, l’ovvietà del nulla, la politica da disegnare che tormenta soltanto questo scriver male.
La vera politica è solo muovere, superare la tua Matteo è la politica dei desideri in anticipo, il ritorno alla politica degli eventi fatti di un soggettivismo lacerato,
la politica degli errori felici. La politica non è rompere una mercificazione, ma sollecitare un nuovo linguaggio di ridistribuzione, favorire una parola dell’attraversamento
Questa che vedo è la politica del pupone, quella che passa dall’inesperienza arrabbiata a quella travestita, dal veltroniano we can a un nuovo lungo interminabile week end.
Politica Matteo è caricarsi sulle spalle la rivolta mica visitarla con il camper, politica Matteo è dire basta all’atrocità delle offese in modo chiaro e netto, perchè come diceva Giudici:preferisco i traditori che i fedeli a metà.
Sai come sento il futuro di questa tua tiepida sinistra, lo sento al perimetro del campo, senza la cultura dello sguardo ( che guarda caso è quella del libero), priva di immanenza e incapace di trascendenza, come chi sceglie il piccolo perchè il grande non lo riempie. Sai come sento il futuro di questa tua umida sinistra, come il prolungamento di una disaffezione che non si è ancora saputa interrogare sulla crudeltà che sprigiona e chi oggi in politica salta questo passaggio si destina all’inautentico è gia poltrona per default.
L’unica politica Matteo è azzerare un mondo falso senza l’arroganza, far sì che le persone non siano figure di un percorso, ma viaggiatori verso una terapia sociale come unica utopia sostenibile.
Si rivoterà prima o poi e io starò a indecidermi un altro po’ con la vigliaccheria di non aver contribuito, ma con la consapevolezza che la politica delle agende è carta ruvida per pulirsi il culo

Ma davvero la parola ci spezza? Ma non doveva essere il momento della riconciliazione, l’attimo in cui la frattura si ricompone, la magia dell’istante in cui il segno diventa calligrafia?
“la parola è sempre corpo che non si apre” hai ragione Stefania, perchè è nell’uso che si fa della bocca che sta tutta la fatica, nel rantolo della pronuncia, nella sfinente ricerca del vocabolo. Ci sono libri che non sono scritti sulla carta, ma sulla pelle, nello stesso modo in cui ci sono parole che restano nelle dita e non sanno colare sui fogli. In questa strada tra la pelle e le dita passa l’ultimo lavoro di Stefania Crozzoletti “poco prima della guerra”per Kolibris edizioni.Ed è in questa strada dove avviene la lotta, la guerra col bianco, perchè bianco è sempre tutto quel che non si riesce a dire, bianco è sempre il colore del gelo che nessun calore fa uscire. Stefania è consapevole che comunque sia in quella guerra bisogna starci, perchè è la guerra delle fragilità di chi conosce “la provenienza, ma non l’origine” come possiamo leggere in uno dei tanti versi riusciti, una guerra che non è solo metafora di vita che sarebbe troppo facile, ma battaglia con la parola non trovata quando sarebbe servita, o rimasta inascoltata, perchè assorbiti dalla vita non l’abbiamo udita . Nel libro le mancanze sono tutte incerte, mai perdita, ma sempre smarrimento, come fosse darsi la possibilità di ritrovare la cifra del lavoro, ritrovare non per rimediare, ma per continuare ad accadere. Forse cercare di ritrovare racchiude sempre l’ansia del tributo da pagare, del conto da saldare con gli sbagli, ma mi piace pensare che nella raccolta di Stefania non ci sia nulla di questo conteggio e questo testo infatti non è una lista della spesa emotiva, ma un libro che fa male quel male vero che diventa ragione di lettura.
 
 

scriviamo senza sangue, perchè dal nostro silenzio vogliamo scendere in fretta
restare sarebbe illudersi di essere trovati, forse nemmeno scriviamo:diciamo al singolare
scrivere è diventato parlare vestiti di malesseri e maldicenza, di storielle mal lavate
scriviamo senza sudore dimenticandoci che scrivere è cadere molto più di quanto siamo capaci
 

Una ricomposizione domestica? troppo facile, troppo superficiale come chi la casa la rassetta per mettere a tacere un disordine interiore
un espediente come un altro,ma non adatto alla lettura dei versi de “la casa orfana” ultimo lavoro di Daniela Andreis. Ne tentativo ne pretesa di transitare dal Kaos al cosmos,
quanto piuttosto di rinunciarvi per lasciarsi scompigliare o per una resa che si è fatta all’abitare, a quell’abitare dove non esistono più le condizioni primigenie per risiedere e
dove non risediamo possiamo solo transitare.
Forse in questa sconfitta dell’abitare risiede la cifra del lavoro di Daniela, in questa consapevolezza che tradizione è prima di tutto luogo e dimora per progettare un futuro
“la mia casa cade a pezzi lascio fare” questa rinuncia, questa rassegnazione come presa di coscienza di civile impotenza, fa intravvedere la casa nelle sue funzioni, prima fra tutta quella di essere culla e dimore delle idee, proprio quelle idee che si fanno prima contrasto e poi somiglianza inevitabile di chi quelle idee si fa portatore. Ogni somiglianza nasce nell’abitarsi accanto ed è questo che mi suggeriscono con forza i versi di Daniela, questo impregnarsi dei muri, questi riconoscibili odori.
Casa è dove le cose si posano, si radunano e si ammucchiano,casa è il primo segno dovi ci si racchiude, il primo peso di una soglia e non mi sembra casuale in questo la scelta di Celan ad aprire la raccolta, ma la casa di Daniela in queste righe ha finestre troppo strette sia per schiacciare il naso contro i vetri, sia per scorgere un poì più di terra dove potersi incamminare.

 

damiani Quien Sabe)
ovvero come i clandestini di ieri sono di diventati i precari di domani
sul muretto coi brufoli a parlar fino a tardi
dell’omino coi baffi con sto nome da birra e sta faccia da schiaffi
e tutte le favole che ci sporcano in casa
gli scalini che ho rifatto per vedere se respiri
con la vita che dai fianchi non coincide
per tutti i padri che misuriamo ad intenzioni
da ogni viaggio tornavi macchiata di due figli
e quarantaquattro cani bagnati di pioggia leggera
con l’istinto irragionevole di contarsi tra i salvati
la propensione all’amore delle stanze in affitto
ti piegava come la latta delle valda
qui è da ore che non si spara in italiano
e il discorso si rovescia una gamba dopo l’altra
poi la fabbrica che dall’alto sembra vera
anche adesso con lo sceriffo digitale
il nemico alle porte e quello gia dentro
In ogni nicchia una macchina da guerra”
ancora dorotei sopra una sedia di larve
i posti in piedi dove le cicatrici diventano vive
Il debito è carne da consacrare al nemico
una nota spese di una coscienza infelice
la schiena leggera tra il possibile e il fare
appartiene al rumore chi ha argomenti generosi
precipita dalle idee chi è tormentato dai sogni
tra l’eskimo e il loden far pace con il morto
coi fratelli precedenti e i vestiti più magri
bandiere da finire col male minore
saper tanto di acqua anche di notte alla fine del letto
diminuire i nomi con cui dobbiamo circondarci
di amori a prima vista tra manifesti ed infiltrati
perchè non basta la prudenza a sfoltire i canditati
e anche qui che ci mancava l’idea stessa di aver niente
restavamo appesi ai ferri convinti di allevare santi
tra le parole sottolineate di una grammatica di sputi
vamos a la plaza
ovvero dalle file di aut.op al selciato delle coop
chissà Jonas come si scrive duemila
su questo muro che è pelle da sporcare
perchè colla ce ne ma più nulla da attaccare
un paese che si indigna a gettoni di presenza
ha dimenticato che piazza è azione in potenza
di questa violenza a lato che riparte in storie fisse
contro la noia delle luci spente, degli anni che ci sembrano
risplendere soltanto quando escono di scena
ognuno si sente i libri addosso
come evoluzione di una lettura nervosa
che da carne diventa superficie
delle periferie dove ci hanno infilato
disgregazione del coniglio bianco
il mao-dadaismo dal ritmo lento
far finta di essere sani
ma aver sbagliato i conti
quella manina svelta che parlava come noi
tirando piccole ore da gelosi
non come adesso che se senti due urli
o è un ubriaco o una festa di laurea
se devo esser povero bisogna che ci creda
che resti all’ingresso del sonno di domenica
coi piatti da assaggiare imparati da un profilo
se è carne o benzina quella che dobbiamo versare
su questo cuore obeso a cinque litri da una tanica
coi mali immaginari a tappezzare la tana
con la croce al collo diventare come loro
parenti alla lontana.
La voce più bassa il nemico più grande
Piano piano torna ferro il legno
Non c’è più niente di civile che ci lascia in pace
Il sostegno scucito dal gorgoglio dei morti
Il nostro cercare con gli scarti.
A Rita per motivi strettamente personali

ed è provvisorio anche il tempo del marcire il pane con cui ti imbocco e tutti i posti dove inciampi
e da capo caparbio ti rialzi perchè credi di avere ancora baci e baci ancora più facili del tuo nero
dei muri della casa o del riparo che in questi giorni d’aria cerchi lentamente strisciando con i piedi
ti dico stai attento ma mi confonde la fatica del timido salire senza appoggiarmi alla tua assenza
vorrei dirti che ho trovato qualcuno che non scrive ma ti ho mentito così tanto che me la posso risparmiare
adesso sai lo prendo l’autobus la gente mi da solo un po’ fastidio e preferisco dirti questo che non è mica una bugia
per lasciarti più tranquillo e così gonfio non solo del tuo male ma anche del sapere che son debole un po’ meno
corro ma mica per far presto voglio solo uscire da sto verde che è il verde sbagliato
corro e sbatto negli anni che mi hai dato alcuni che non ho voluto e altri che mi han prestato

è solo la scrittura a trasformarci in parole, sono più lento ma anche con le mani occupate riesco a nascondermi
guardavo le foto della Lalla avevamo gli occhi della bellezza irragiungibile erano gli occhi di chi c’è sempre
anche quando non serve perchè se capitasse è più vicino
adesso siamo meno di così ci contiamo differenti perchè torniamo a casa presto e c’è anche chi non esce
prendi me da esempio che ho cambiato solo il modo di stare dentro un buco o tutto al più che bevo solo quel che pago
però non vi capisco avete cosi tante cose da dire e non muovete nemeno la bocca, vi affacciate sperate di essere seguiti
 
ma tanto se c’è un altro non potrò mai installarmi in lui, una volta almeno avrei cercato di concidere alla lunga magari di aderire
chissà come stiamo davanti agli altri adesso che siamo più morti e più magri e abbiamo intese così larghe che ci vuole la cintura

Leggere la poesia di Massimiliano è cercare dentro la parola offesa,
dentro la scarnificazione che ogni torto arreca sapendo bene che nessun verso potrà servire a raddrizzarlo.
Monologhi per un’alleanza, perchè perdere insieme è perdere meglio, perchè la sconfitta si dichiara pronunciandola.
Sotto questi Cieli Aperti che sono il teatro degli accadimenti, il contenitore dell’osceno inteso Baudrillianamente
come tutto ciò che eccede la scena, si dipana quella rabbia che mi piace pensare abbia sempre l’onda più lunga
della rassegnazione .
Massimiliano intuisce perfettamente che da questo NoFuture non ci salverà la poesia, ma la voce
pur con le sue fragilità con le sue titubanze con i suoi “talenti in minore”
ed è per questo che attraverso un flusso ininterroto di coscienza , attraverso una poesia ansimante, rantolante
come il battito degli ultimi beat, perchè quelli nuovi se ci sono sonnecchiano ancora cullati da diversi tepori,è proprio
la voce a diventare protagonista assoluta, la voce come unico strumento di una poesia
che diventa sociale solo quando scrollandosi di dosso il civile ricomincia a masticare.
La seconda parte della raccolta a Cieli Sperati sembra quasi richiamare a un’assunzione di responsabilità
a un portato quasi sacrale degli stessi temi, come se si volesse far buon uso di un’espiazione che non ci sarà
mai concessa perchè la meraviglia in sè non potrà mai avere colpe da pagare, ma solo parole da dire

Sette spose per sette fratelli farebbero quattordici barattoli di nutella personalizzata, la fila di mattina a reclamare l ‘identità . Chissà a quale necessità risponde questo nuovo slancio personalistico,ma che meraviglia un mondo dove uno può imbrattarsi le mani solo nel suo vaso e già le vedo le famiglie starnazzare per il barattolo di Mario che è più vuoto di quello di Luigi . Siamo così scomparsi che dobbiamo ritrovarci in un vasetto, è la logica delle memorie fallaci,salvaci con nome. Chissà se alla base di questa crisi del soggetto in fondo non ci sia altro che il desiderio di rintracciarci attraverso le nostre preferenze, diventare riconoscibili attraverso il gusto visto che altri sensi hanno abdicato . Poi c’ è la magia di questo finirmi e ricomprarmi che a ragionarvi sopra é soltanto la base di un ateismo moderno. Cosa sono ormai i nomi se non la scusa immaginaria di poter esser chiamati cosa sono i nomi se non la speranza di essere proprio noi quelli salvati. La nuova frontiera del marketing é il consumatore che si identifica nel consumo allora si personalizza l oggetto perché rivendicare un possesso é rompere la possibilità di renderlo condiviso. La più barbara risposta al fatto che il consumo non può essere solidale é personalizzare il prodotto esclusivizzare la relazione é sempre creare nuovi schiavi. Tra un po’ la scottex mi scriverà alessandro sulla carta e allora saprò di potermi pulire il culo con rotoloni smisurati da tutta la nutella anonima che ho mangiato fino a ieri.