Archivi per il mese di: novembre, 2013

 

Alessandro Assiri “In tempi ormai vicini”, Edizioni CFR, 2013

 

Alessandro Assiri con la silloge “In tempi ormai vicini” sceglie di riportare alla nostra attenzione un tema storico, politico e lo fa con quella appassionata presa in carico che è tanto più vera quanto più è amara, a tratti cinica. In ogni caso coinvolgente. Le stragi di Brescia e di Bologna costituiscono un unico contenitore delle emozioni e dei pensieri dove la sorpresa, l’annichilimento dei presenti, passati in un istante dalla quotidianità alla tragedia, sollevano appunto la ferale questione: quale distanza c’era tra quotidianità e tragedia? Non era già tutto presente? Non dovevamo già essere tutti consapevoli della situazione storica e poi qual è la differenza, visto che esiste, tra l’essere sopravvissuti alla tragedia e la voglia di lottare affinché non più accada?: “senti come tace il tuo pugno alzato / adesso che indietreggi perché sei rimasto vivo / tra una scarpa calzata e un’altra perduta”. Naturalmente la voce acre di Assiri nel raccontare anche l’esito processuale non si esime dall’esprimere giudizi e critiche, ridisegnando il profilo del poeta impegnato: “Entra la corte svolazzan le toghe papaveri alti il resto son seghe / tutti i colpevoli trovati in serata con alibi pronti e corsia riservata”, giudizi che non risparmiano anche il modo in cui si credeva di essere impegnati in quel tempo storico, forse coinvolti più in un gioco che in una azione incisiva e responsabile. Ma il tempo storico è sempre anche il tempo presente della coscienza e allora un confronto tra i due stati dell’io porta il poeta a scoprire un orizzonte solo falsamente mutato dal digitale o dal precariato, ma ancora più inconsapevole e assuefatto: “Un paese che si indigna a gettoni di presenza / ha dimenticato che piazza è azione in potenza”. Eppure, il poeta ci avvisa che sono proprio i morti delle stragi a costituire per noi la possibilità di un passaggio a una più civile vita: se vivi fra noi vivi.

 

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le primarie non sono un esercizio di democrazia ma la politica del tifoso, in questi mesi mi sono sentito diversamente Montaliano, sgarbatamente Ungarettiano, un filo troppo Serenista, ma sarà l’anniversario e fortemente schierato coi Raboniani, ho da anni la fobia di Giudici, ma credo c’entri poco con la riforma della giustizia anch’io leggiucchio Severino, ma penso che faccia il filosofo…a “onore del vero”più “Primizie nel deserto” che primarie a cielo aperto…

abrazos

di questa poesia che non ha capito che il timore della vita ha sostituito la paura della morte non sappiamo più cosa farne, qual’è il senso della scrittura in un mondo che si percepisce come una perenne connessione sociale, qual’è il futuro della parola in un avvenire che non si concede più il tempo di essere atteso, la parola desiderante è quella che incarna i bisogni non quella che crogiolandosi nell’esposizione dell’individualità sottrae l’oggetto al proprio dire

 

è questa obesità che non può più essere scrittura, le parole hanno un corpo troppo pieno hanno ingurgitato tutto smodatamente, hanno perso il suo carattere fatale, lo dimostra il fatto che nessun scritto oggi sopravvive

mi ricordo la poesia che per me restava chiusa in un corpo silenzioso e poi si dispiegava in tante bocche dopo tutto quello spazio bianco, quella poesia che era quasi un atto di rinuncia così che la rinuncia diventava sovversiva

vi leggo nel tentativo di trasformare il senso di colpa in maniera impercettibile, ma non c’è quasi nulla che mi arrivi nelle tempie oppure in gola, vi sento attraversare le parole come il niente da dire  e dire che ce ne sarebbe ancora di assegni a vuoto e di sonni ammaccati

 

 

perchè di nuovo lettere

non c’è un motivo nella riapertura di lettere a nessuno e nella chiusura della stanza delle poche righe, se volessimo sorriderne si potrebbe solo dire che tra poche e nessune il passo è breve

nessuna forma di socialità da rete mi ha mai coinvolto, non credo sia il mezzo per parlare di nulla tanto meno di poesia e di letteratura, è però un covo di solitudini in cui ogni forma di letteratura si ritova

lettere non ha obbiettivi se non sfogare la mania diaristica che alberga in ognuno di noi se questo poi possa o meno interessare sinceramente non mi importa più di tanto

non è assolutamente vero che uno scrittore brama essere letto, perchè a gente estranea è impossibile scrivere e in questo risiede l’assumere nessuno come interlocutore null’altro che fabbricare un immaginario ascoltatore privilegiato

lettere è solo un espediente per rimanere appesi ai chiodi rimasti, per denunciare il passaggio di una vigliaccheria che in poco tempo è passata da voler abbattere allo sperare che non crolli

forse solo questa è la finalità egoistica che intravvedo, questo ammettere che in fondo tutti cerchiamo una morte della nostra taglia ed è solo per questo che esistono gli spazi letterari

diceva Rilke: “il volto che mi misi aveva un odore stranamente vuoto” non capire oggi che il dire poetico è diventato solo questo è nascondersi dietro il dito non solo della solità vanità, ma di quello che si scambia come il futuro dell’ombra

lettere è il tentativo di tenere ancora le mie mani vicine, perchè quando mi accorgerò che dalle dita uscirà qualcosa che non volevo sarò ancora più vile da non fare nulla, ma spero di avere la dignità di sentirmi stanchissimo

io non ci credo a cambiare l’argomento a questo ostinarsi a scrivere agli estranei

a questo guardare con gli occhi sbagliati a un deserto gremito

 

 

 

possiamo raccontare solo in versi e non è la struttura del romanzo che è cambiata

sono i passi che si fanno strascicati, la poesia non è diventata altro che narrazione

e chi oggi può dire che ci siano storie da salvare? Amalgamare il quotidiano all’emotivo non fu altro che la solita menata del personale-politico

Scriviamo per vederci scritti, scriviamo con le puntine ma solo per appenderci a qualche bacheca più lontana

null’altro che annunci di chi cerca la badante, di chi ha perso il motorino

affidare le parole alla rete è il messaggio in bottiglia che spera di essere pescato

che buffonata capitan serpente e le storie dei pirati

perchè i miei cambiamenti dovrebbero interessare gli sconosciuti, perchè dovrei scassare le palle con i miei gusti letterari

la letteratura è finita perchè è inutile perdere, non c’è più sconfitta che serve

il male sepolto non è quello assoluto, esser soltanto sonno e nome

di una lingua raggrinzita che non si fa persona, ma resta l’unico animale che viene al mondo piangendo

nel riassunto dei nostri luoghi chiusi

nel riassunto dei nostri luoghi chiusi

 

vorrei combattere da dentro ma questo dentro è troppo grande

come se la vita fosse solo per i soci

o fosse solo l’imperfetto il verbo delle cause

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è finita la letteratura delle minime cose a cui attribuire un’importanza incalcolabile

non camminiamo più sul confine tra quel che rimpiangiamo e quel che si disprezza

il carattere della scrittura deve essere privo di pose adolescenziali deve promettere pioggia

Dario

racchiudere in un percorso antologico seppur ridotto l’opera di Bellezza è gia di per sè limitante

sia per il percorso di scrittura che per la statura umana del personaggio Dario, uno dei pochi autori che a forza di sentirsi dire di essere grande, grande non si è sentito, ma lo è diventato, giocando un ruolo fedelmente, tanto da far sì che la sua letteratura non abbia più bisogno di istanze di autenticità appartenendo di per sè alla verità misitificata

Siamo al cospetto di una poesia collocata pienamente nel suo tempo, ma scritta da un autore che quel tempo è troppo impegnato a viverlo per cambiarlo e allora all’esigenza impetuosa di scrittura non resta altro che compiere un sortilegio: assumerlo questo tempo, caricarselo insieme alle altre scimmie sulla schiena e tentare di descriverlo.

Emerge infatti anche dalla selezione operata su questi testi l’aspetto del Bellezza che sente e intuisce l’inutilità rivoluzionaria degli annni 70 arrivando quasi a deriderne la partecipazione, perchè gia tanti e troppi sono i modi per partecipare alla sconfitta per testimoniare la caduta

 

Rimane questa idea di poesia emotiva in tutta la scrittura di Dario come se l urgenza del dire rispondesse a un istinto animalesco che si muove per odori e per umori ma credo che in fondo bellezza fosse pienamente consapevole che i sensi non si consegneranno mai all eterno anzi avranno sempre nel dissolversi la propria fascinazione Sapere di non rimanere vuol dire aggirare con maestria ogni artistica mimesi e ogni effimera pretesa letteraria é questa lezione di impermanenza L eredità vera di una lettura attenta questa consapevolezza di sapere che si è meravigliosamente imperfetti solo quando il sangue è in cammino

Qui non si tratta più di sapere se il poeta sia o meno un fingitore si tratta di assumere su di se la consapevolezza che ogni parola ê coltivata in funzione di una storia che a volte é biografia ed altre solo erbacce da estirpare

Dario la vita spesso la vive ma altre la sospetta reclusa in una diversità ingombrante che solo “l atteggiamento” può contribuire ad alleggerire

 

Ho sempre ritenuto l’io di Bellezza un io incapace di ritrarsi, un io speso interamente nell’uso sapiente di un verso che la profondità l’ha gia tutta in superfice come gioco magico di questa parola addescante, di questo meccanismo a orologeria costruito per sedurre o per prendere distanze, quasi si usasse la lingua non per replicarsi, ma per imitare una somiglianza, per essere aderente a una costruzione, sia essa un onirica fabula o una ben più modesta, ma non per questo meno vera, proiezione di strada.

 

Auspico che questo breve percorso possa consegnare al lettore sopratutto un rapporto nuovo con un autore che ci ha insegnato che la vita la possiamo solo sorvegliare con le parole e vigilare con i sensi, un autore consapevole che questa veglia avrebbe procurato un’insana raccolta di illusioni e un altrettanto insana raccolta di presenze.”La poesia vive di un insonnia perpetua” diceva Renè Char ed è questa insonnia che Bellezza ha chiesto a gran voce di abitare in un modo che metaforicamente trasforma la poesia di Dario in una ricerca di inquilini molto più che in una ricerca di interlocutori, inquilini con cui dividere la stanza con cui alleviare un peso

 

Spesso sembra che le righe di Bellezza siano un andare a capo quando il pensiero rantola, quando la fragilità prende il sopravvento come molte volte si può notare anche nei componimenti dove è forte la critica verso l’inutilità dell’atteggiamento politico di una generazione, intuita dal poeta in una spinta empaticamente pasoliniana come il suono di una de-generazione che sarebbe di li a poco esplosa con tutte le sue contraddizioni di un presente che non si etrnizza mai nei versi, ma ne viene espulso proiettato in avanti.

In una lettura disattenta l’atteggiamento civile di Bellezza potrebbe apparire una mescolenza di superbia e supponenza, ma solo addentrandosi nella carne del verso si può iniziare a scorgere che proprio in quella carne sta tutta la rivoluzione di Dario, la stessa carne che marcisce e che si detoriora come le idee, la stessa carne che diventa desiderio e follia esattamente come le istanze di cambiamento che ogni insurrezione ci chiede.

 

Ed è proprio nella carne che diventa luogo del disprezzo, ma anche scorta di memoria e di provviste per l’inverno dei sensi che ritroviamo l’enorme forza di una poesia che non è stata resa inoffensiva che non è stata disinnescata nonostante gli innumeroveli tentativi di irriderla e di intimorirla, una poesia fisica che richiede fisicità anche al lettore che si trovi oggi a leggerla o rileggerla, perchè poesia e a maggior ragione quella di Dario è affronto, scontro, senza mai ripiegare.

 

 

 

 

lampare

 

Trestini prosegue il suo appuntamento annuale, con il suo Lampare, progetto di illuminazione della parola, ma sopratutto progetto di predisposizione all’ascolto come unico dovere civile:ascoltare prima di dire.

Le brevi raccolte autoprodotte si immergono nell’interrotto di un flusso di coscienza che nasce dal movimento quotidiano, ma che nel odierno non si esaurisce, anzi lo usa per innestarsi in una dimensione più ampia dove il dettato si fa voce sino a diventare impegno, impegno poetico che agisce non come atteggiamento, ma come divenire concreto di una scrittura che calandosi nel reale si fa politica. La richiesta che questa parola si ritorni a pronunciare con forza è una delle peculiarità del lavoro di Marco, politica come visione, quindi come dato di scrittura e segno di quei segni che tornano a farsi solo nella parola che insorge.

E’ interessante osservare come cambia nel tempo l’ascolto di Trestini da uomo apoeta, come cambia dalle frasi smozzicate,rubate sino all’ascolto profondo delle percezioni del mutamento. Sarebbe riduttivo leggere questo lavoro come un coro di voci e il poeta che in punta di bacchetta sceglie le note, perchè a scendere bene nelle righe si trova che questo è un lavoro di una solitudine immensa, il lavoro di chi ha non solo letto, ma patito il fallimento di una generazione che ha ereditato solo macerie di cui non sa che farsene. Quale allora il compito del poeta? Se nemmeno può essere testimone che sia almeno portatore, ma sotto quale peso si incurva la schiena? Ed ecco che allora la poesia di Marco torna a essere notizia, dove la parola si dilata e diventa quasi cronaca sino a chiedere di essere partecipata.

 

Alessandro Assiri, Appunti di un falegname senza amici, Lieto colle
Questo libretto si sostiene elegantemente con la poesia e la fotografia e l’una supporta l’altra , non la descrive perché non ne avrebbe senso essendo entrambe le forme di comunicazione compiute e coerenti . Assiri esperimenta un poemetto che con incipit ben definito, poi dilaga nei suoi versi mescolando il dato, l’esperienza, al fantasmato, alla visione al piacere che dà la parola quando esce perfettamente compiuta e dice quello che si intendeva e anche di più.
Il titolo stesso cerca di portarci fuori strada se non lo indaghiamo con le parole della poesia: il falegname per eccellenza è il creatore di Pinocchio e nella storia collo diana qualche amico l’aveva, qui invece sono rimasti solo gli infidi, e , tutto sommato quelli che non contano, quelli che nella vita, contemporanea, si incrociano e nulla ti lasciano , anzi devi temere che il legno non te lo lancino contro, quasi fosse un randello.
Questa affermazione è giustificata dai primi versi: il gatto la volpe e l’armeria dei briganti
è una questione di qualcosa, forse di fretta o meraviglia, ma qui si respira male
sia le sorprese che le scuse, poi le stelle finiscono o si vedono di meno ….”;
il riferimento al libro cede quasi istantaneamente perché oggi, forse come allora, gli inganni sono in attesa, sono ovunque; una mente mediamente onesta non riesce a disfarsene e neppure a districarsene malgrado il tentativo di entrare nel marasma e di giocarsi tutto.
Dal libro al prodotto mentale sembrerebbe correre un abisso; in realtà l’ attrazione della / per la vita li confonde, ne fa una sarabanda che rischia di perdere l’inizio e sospetta la fine:
vedi che alla fine saltano fuori i nomi con lentezza ed ovvietà
anticipano i corpi e si rimangiano parole
chiamano le descrizioni del mondo con meticci movimenti di accattoni
e concorrenti (…)” Questi versi sostengono un dire che non può evitare di chiamarsi fuori dal mondo , neppure può salvaguardarsi un’identità attraverso la fuga o l’isolamento- Siamo obbligati all’esistenza, a darle sostanza ed essenza, a vezzeggiarla e a bastonarla, ma lei non ci amerà mai, madre maligna che non conosce né i gesti né le parole dell’amore o almeno quelle della pacificazione. Sembra una bambina capricciosa e irrequieta, male-educata.
La solitudine che rode dentro non appare all’esterno dove si è perfettamente inseriti nel gioco dei tralignanti; anche l’amore è perverso: “ un triciclo per l’amore e qui lo sai si trova casa in fretta senza
esagerare con le linee troppo chiare
scendevo a patti con i tuoi inviti con la ferocia della caccia e col letto da bagnare (…..)”.
Mancano in questi lunghi versi l’angoscia e il desiderio di lotta, i dati sono stati tutti gettati, la sorte gioca come le pare e manca un qualsiasi appiglio che si possa intuire come salvezza. Raccontano e non raccontano , non sono lirici e neppure narrativi; decisamente quello di Assiri è un linguaggio nuovo, che si affida solo a lettori attenti , è esigente pur non esasperando la semantica. C’è un sommerso che è tutto da sbrogliare, che si intuisce e prorompe sulla pagina e spariglia il puzzle di senso faticosamente costruito.
nell’insistenza di quel dio che tiene l’uomo ostile minacciandoci col cielo
tutti presi a prender le misure delle piccole ambizioni, dei piatti di portata
quale lato viene fuori? è il blues che preferisco,
dicono di me che tu non guardi mai
nel gomitolo del nome ai fili ricevuti (…)
Non è un ritratto ostile all’uomo, l’ostilità ha il sopravvento su tutto e neppure le favole bastano e neppure il divino.
E’ un libretto prezioso, quasi un breviario; davanti ai gesti d’arroganza sfoderiamolo e impariamo a sorriderne perché altra pena non vale.
Mi sono trattenuta dal dire delle foto, tutte bellissime, quasi assenti di figure umane. Ritraggono angoli abbandonati, lerci, come se l’anima dei muri fosse anch’essa contaminata dal mal-amore che spadroneggia.
Narda Fattori