Archivi per il mese di: gennaio, 2014

Null’altro che eventi che si lasciano indietro cose e questo era il suono della città che crollava il nichilismo di chi cadeva più veloce Non sei quel che sembri ma quel che diventi occupi un terreno  a un tratto sgombero usi strumenti di una violenza simbolica Il futuro non esiste perché abbiamo smesso di chiedergli di anticiparci il dovuto come ambizione del cazzo di durare più anni di quanto si vive All’ora di cena piccole didascalie per immagini deliziose tu non mi vizi mi decori in silenzio sbuco più nuovo dalle tue mani bagnate Sei la costruzione ideologica di un amore che ci riceve separati ti esplodono in bocca le parole che biascichi

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Non so come fare a spiegarti o a spiegarmi che la scrittura non mi interessa più che presto attenzione solo al non verbale che non necessariamente è il silenzio, ma l’atteggiamento, la postura , il paesaggio, la relazione con le cose, con l’ostinazione della cura per oggetti inanimati

La comunicazione pubblica è talmente corrotta da aver generato la più spaventosa crisi della verità mai vissuta dall’uomo, il totale crollo dei “regimi” delle nostre parole ci rende impotenti ai significati alle attribuzioni di senso

Attraversiamo il linguaggio lasciando mentire la narrazione, il grande male di una letteratura senza simboli, dove il lessico non si riduce, si tradisce. Quando la comunicazione delega la responsabilità a chi ascolta non è diventata parola morta, ma inutile menzogna per costruire un ordine di parte.

 

Non  esistono più le generazioni attese, perché la morte delle aspettative ha prodotto mutazioni devastanti, prima fra tutti l ‘incapacità umana di dirsi al futuro. Essere oltre l’emergenza è essere oltre l’identità, perché nessuno sente più l’esigenza di nominare, ma solo quella di smascherare

La crisi della rappresentanza non è altro che la crisi della rappresentazione ignorare questo significa condannarci a un linguaggio che non saprà mai più definire la verità per aver perduto la capacità di cercarla.

 

Non comprendere più se è più alta la minaccia della lingua o del silenzio ha fatto sì che si sfilacciasse la trama del mondo che per non poter essere ne detto, ne pensato ha potuto solo moltiplicarsi in un infinito incontrollato, in una corsa selvaggia di una diligenza impazzita.

Non si nasce più nelle parole di un immaginario libero, ma in un linguaggio depotenziato dalle proprie menzogne, nella narrazione di una tragedia che non percepiamo mai nostra, ma che ci sbattono sul gradino di casa.

 

Dove c’è lotta con la materia si sta un po’ meglio al mondo ed anche se di poco il nostro mucchietto d’ossa e di carne comprende mentre siamo in azione che facciamo qualcosa per qualcuno:se tutto sfugge,pazienza.Avanti a piallare parole.

 

 

 

A un certo punto di Appunti di un falegname senza amici,ci si interroga per chi e per che cosa Alessandro Assiri conduce il verso della sua danza di poesia,ma prontamente il distanziamento dell’alterità ci fa guardare da un’altra parte durante la lettura e quella che parrebbe quasi accurata testimonianza interiore di un uomo che ti sta accanto diventa davvero “altro” che porta “l’altro”.

Allora sorge sottile inquietudine:Chi è veramente l’interlocutore?

E’ una questione di qualcosa” dice già il secondo verso della plaquette ed anche quando arieggiare il nulla fa conoscere da subito che si può fare il nulla, il buon mestiere che davvero riesce in questa impresa della conoscenza è quello del poeta con la poesia allo stesso modo del falegname con il legno.

 

 

La differenza fra Mobilificio Aiazzone ed il poeta falegname Assiri rimane comunque palese, ma non è certo banale evidenziare che la scrittura di questo format aperto leviga ed intaglia percorsi ad un anima in continua costruzione che è sempre dalla parte in cui mi stai mancando :Da qui istruzioni per l’uso per continuare a restituire il vivente e non l’arredo da outlet esistenziale di chi si affaccia ad un talent show in versi.

 

 

Poi piano piano,lentamente, alla fine, se solleviamo la copertina del libretto e lo sbirciamo,viene fuori che dentro/dietro c’è un bimbo antico…

 

Un compagno di giochi che mi/vi sembra da sempre un amico.

 

 

 

Gennaio 2014 Alberto Mori

 

 

 

Che piccolo paese quello che non ci offre nemmeno le chiavi della sua storia recente, quello che manca di assoluzioni e pensa allora di dipingere tiepidamente una generazione che se non aveva capito certe cose sapeva perfettamente che il suo tempo non sarebbe stato l’ora, ma il sempre. Che piccolo paese quello che confida nel compiacimento di una memoria elastica relegando nel domestico i propri gesti imperdonabili e che tristezza non saper ammettere che le rivoluzioni si fanno col materiale che si trova in quel frangente ed è da quel materiale che si discuteranno poi gli errori .

Che piccolo paese di intellettuali finti e buffi che non ricorda baffi e facce,ma presuppone libri per la loro vita ridicolmente a rischio, di schiavi addomesticati richiamati con un fischio.

Guardavo gli anni spezzati che hanno avuto l’ironia di dare la parte di Pinelli a Paolo Calabresi, non pensavo potesse esistere nulla di peggio di romanzo di una strage, ma non c’è mai fine si vede alle brutture del paesello, non c’è nulla di peggio storicamente che falsificare le proprie narrazioni che essere incapaci di scavare in uno spazio ancora pieno di suoni.

Chi parla di storia recente deve disporsi a un corpo a corpo con il tempo, deve dimenticare la consolazione, l’anno zero del futuro, deve smettere di cercare la fuga, la via di scampo

Mi sono rotto le palle del racconto, mi sono rotto perché c’ero, rotto degli sforzi di seppellire fantasmi, di rimestare l’innocenza come se fosse senza colpa…segue