Archivi per il mese di: giugno, 2014

L’affollamento il più grande rischio di attaccarsi ai vivi, questo non é amore ma ricevere messaggi da una mano che scrive di te, é riservarsi un posto senza avere prenotato a uno spettacolo dove assisto escludendomi. Ci sono amori, ma anche attrazioni che sono solo magnetismo o solo scrittura da una distanza interminabile

Come istanti che riflettono tutto il vuoto e il pieno della carta, tutti i tentativi vani di rimanere intero ad asciugarti e questo bussare alla tua porta sapere che non ê mio questo spalancarsi ,perché tu non appartenevi soltanto, in qualche punto: coincidevi. Cosa è scrivere se non passare sopra le confessioni, se non transitare al volo su qualcosa che dentro resiste anche le mie parole danno le spalle, le righe si guardano in giro, il più grande pregio di una penna é quello di essere insaputa o come la tua lingua: vorace di umori sempre in fila. Poi lo sai che mi fa senso chi alza la mano dal foglio, chi perde lo slancio, ma questo é un problema che ancora non conosci il desiderio lo esaurisci in un fiato e lo rigetti nell’aria poco dopo

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Ho chiuso un giovedì con 7 euro e 50 e tu mi gocciolavi tra le gambe per ricordarmi il niente, eravamo distratti come rospi, verdolini per qualche malattia e lettere a Theo alla pagina sbagliata.
Si doveva fare un reso e così avremmo smesso di tremare” non gettate oggetti dai finestrini” è cosi poco per scrivere romanzi.
Vorrei stare di traverso sopra un cemento qualsiasi a gridare occupato e scriverti: vieni sul retro sgualcito di una manica lunga.
Adesso che abbiamo solo stivali più vecchi di un quarto d’ora, rimaniamo in bagno tra il vapore e i capelli perduti, nei mezzo busto graffiati come mappe per trovarsi. C’è il tuo odore che annulla quest’alibi di ferro in cui mi sono nascosto per sembrare imperfetto… e questo Dio dai sogni ingiusti che ci replica a monologhi infettandoci scompone la nostra fine, nei pomeriggi dove ci è solo sembrato di trovare parole per non morire di fretta.
Ed ora che ho 27 ore di distanza dalla tua lingua ti indosso a rovescio e ti porterò fiori migliori di questi per scordare i cani e le domeniche e tutti gli anni che cominciano a volare.
Noi assomigliamo a un palazzo ci accontentiamo dei muri capovolti sul finale , con i nostri istanti da balcone e gli umori da stuoino. Congratulazioni a chi ci sta di fronte e qualche s’ da basso a passi svelti per l’uscita.
Sì di corsa, perchè ogni qualcosa ha i suoi difetti, noi battiamo i denti solo per assistere a tutto quello che nei treni si spegne.
Abbiamo un sospeso di avverbi, ma per girarsi di spalle servono le virgole e gli adagio di ogni partitura. E sono così difficili le stanze di Aprile coi versi dispari e i rumori d’occasione, si coprono le parole già stanche del viaggio e noi tra le dita ci si ripara alla meglio.Ricordati di guardare all’angolo corto di ogni incontro, quello dove ancora non servono i cassetti, dove ci si stiva per metà, dove tutto è tiepido per sempre e ogni squillo un motivo per saperti felice.
Non è sai come sbrigarsi a vivere, solo questo essere ingenui passa in un secondo, malfermi di purtroppo, tutti presi a rotolare…ed io che conservo ancora un dicembre assoluto ti prevedo per poterti rivedere, frase corta in anteprima.
In tutto le volte che ci siamo addormentati senza scriverci sul corpo, ne mangiarci addosso come orizzonti mobili nell’approdo di ogni desiderio, sulle radici dove si colma la storia di questo tempo quieto.
ed io ho ancora fame quando ti si chiude la voce, è questo di te l’ultimo cielo che vedo, scintilla di ogni diversamente, oggi non si corre si muore più morbidi.

Tutto ciò che é stato ed è perduto
Senza mai esser stato veramente avuto

Parlo di un modo poetico di esser vile -Giovanni Giudici-

Questo leggersi male, questo sentirsi protagonisti delle parole, come se quello che ci sostiene dovesse essere solo il sapersi necessari.
So che a volte non ho aria per parlare che esco da una matrice raffazzonata e indifferente che pago il partire tanto quanto il ritornare.
Chiedere al futuro l’infinito è questo l’errore di lettura perché Antonio in fondo sbaglia a dire che ci vuole com-passione, per leggere serve solo la pietà

E stanno tutti bene
Cosa manca al mio partire al mio essere più cauto e un domani ravvedermi
Del tempo tuo che voleva parlarmi

Residui privati che non diventano croce il testo che conta solo se corro veloce

Anche per me che non ti tengo dentro a fare compagnia al mio niente ma dispongo le sillabe per incontrarti

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Laviamocene le mani

A correre più bravi di me è a gridare un po’ meno di me
Che poi è la differenza tra il suolo e la gola

Chi ti aspetta da quando sei caduto non aspetta altro che le tue dita
Con questo niente dentro a pensare di far bene

E se la tua assenza rendesse possibile il peggio non riuscirei a guardarti in faccia a darmi da fare con la vita

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Compianto studio uno

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Che il parlare venga solo dopo il fare

Scrivevo l’altro giorno su TW che é bello che nonostante la crisi ci sia un sacco di gente che non ha un cazzo da fare. Perché ha ragione Galbraith questa è una civiltà dell’opulenza e la ricchezza bisogna saperla amministrare e dire che basterebbe un filo, di quella letteratura che ha fatto tanti danni, per ridare speranza a questi poveroni e mentecatti che null’ altro hanno da fare se non il twittero o il faccialibrino . Apocalittici o integrati diceva il semiologo in tempi non sospetti; io direi conformi allo squallore che rappresentiamo tutti, nessuno escluso, in questo che non è più nemmeno nientismo, ma solo nullismo di fancazzisti degli altri che se stanno insieme è per agglutinazione, ma più spesso sono soli in cerca di uno bravo