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La solubilità del tragico, siamo arrivati a un età che vivere ci deve assomigliare, non a tutto si rimedia ci sono cose che per averle bisogna arrendervisi con la verità che sta in ogni parola piegata alla lettura della resa, come pena accessoria per i vinti. Trovare la via per non fermarsi in gola, consumarmi di debolezza, di fame nascosta, il groviglio penoso di chiamarti parlando . Le nostre sono domande pesanti di corpi che si riconoscono per contagio in una lingua che non riesce a stemperare lo star male girando le spalle a un accaduto che non ha saputo assolvere. Perché scrivere non è mai un urgenza , ma la necessità di dare voce ad un ritorno per chi non ha mai viaggiato, ma ha conosciuto la distanza, per chi non ha mai creduto che esista un modo per tenere stretta la memoria e la ragione.

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Il risultato dei miei interrogativi più urgenti, l’impegno personale con il vero che mi cambia forma dalla mani, perché il vero scivola sempre, si impregna di fango, chiede aiuto:disturba. Il vero si sfalda, perché il vero è una difesa che viene travolta, il vero è resistenza troppo spesso vana; un infelice per strada che si aggroviglia , arranca , sbuffa in salita. Il vero è un burattino con uno straccio in mano, un bambino che stringe le viti del meccano

Credo sia possibile anzi, probabilmente è tornato doveroso occuparsi di poesia silenziosamente, facendo meno rumore, evitando metastasi di testo, evitando recensioni che hanno come unico scopo il far circolare il nome di chi le ha scritte e non la qualità o meno di un contenuto.

Tornare a interrogarsi sul futuro della poesia on line è tornarsi a chiedere quale futuro per la scrittura, è guardare se si ha ancora la volontà di domandarsi perchè il libro di poesia non ha più commerciabilità e non sia diventato invece altro che lo scambio di un formale biglietto da visita per addetti ai lavori. 370microdeitori negli ultimi 24mesi hanno prodotto un numero spropositato di progettti di editare i propri amici, come nei sistemi piramidali o nelle lugubri catene di sant Antonio

Una poesia che è diventata debordante non può far altro che chiedere ai versi di nascondersi, di zittirsi per elevarsi al di sopra di una cacofonia avvilente. Ogni campanile c’è un concorso, ogni fattarello un’antologia. Nessuna persona sana di mente potrebbe pensare oggi all’esistenza di una comunità poetica, ma nonostante tutto ritengo che siamo davanti a un dovere che ci si impone a tutti che è quello di scavare con onestà per fare emergere quel buono che c’è. Probabilmente dieci sono, stando larghi, i siti in rete che si occupano seriamente di poesie e per seriamente intendo con impegno che si abbia la forza di coordinarli, di ristrutturare ai loro interni gli apparati e gli strumenti critici di chi li compone , di farli lavorare in sinergia sui testi in uscita, per evitare le promozioni dei propri circolini o dei propri cortili. Mantenedo una serenità e una diversità di giudizio che garantisca una necessaria pluralità di pensiero si riabituino gli autori a far pervenire i testi alle redazioni, tutte quelle che aderiranno o che si identificheranno in una piattaforma da stabilire attraverso uno o più incontri in giro per l’italia. che gli stessi siti si facciano promotori di circolazione della parola che se si deve fare rete la si faccia nei fatti, non negli articoli che ostentano competenze necessarie ma non contribuiscono ad altro che a un esondanza di testo. Fare rete non è mettere il proprio evento su fb o su tw, fare rete è costruire insieme occasioni di ascolto, l’attuale agire non fa altro che sottrarre le uniche potenzialità attive di un mezzo ormai logoro e saturo per tutto quello che riguarda il discorso poetico.

breve estensione a quanto scritto ieri

ri approffito per risalutare tutti quanti mi hanno seguito sin qui e augurare di nuovo buone feste

Credo la si debba smettere con questo confondere scrittura con ricerca del consenso, con questo fraintendimento di far letteratura per cuori solitari.

Ho scritto da qualche parte che se scrivere è la fatica dell’urgenza leggere dovrebbe essere quella del trovare o come in questa bulimia di testo quella di scavare e raccattare.Ho 51 anni vendevo poesie sugli autobus e le leggevo ai giardini, adesso vendo qualche copia e molte le regalo. In fondo ho sempre chiuso quello di cui non ho saputo far buon uso.C’è un ribaltamento che non condivido nel termine di far coincidere socialità e scrittura, francamente credo che scrivere coincida con oralità e postura. Non me ne frega niente degli stellinamenti e dei mi piace, dei gruppi e delle cerchie, mi interessa una forma di interazione letteraria che con questi mezzi non è applicabile, negarlo è raccontarsi patacche. Io credo ancora nei libri spediti e non negli inviati in pdf di cui anch’io mi sono vergognato, credo nei dibattiti a vista, nella sfida intellettuale che fa odore, credo nella parola che si debba far fatica per cercare. Credo ai lettori che si costruiscono in un altro modo ai testi che camminano da soli e se questa è una visione romantica della letteratura francamente non me ne frega niente, non sposta nessun equilibrio. Nessun editoria si potrebbe permettere un lettore intelligente, forse semplicemente non ho più voglia di contribuire ad alimentare questo gioco al massacro anche perchè facendo il libraio e non solo lo scrittore pago gia compromessi quotidiani con le mie vetrine. Credo o almeno questa è l’idea iniziale di mantenere lettereanessuno aperto nella vecchia funzione diaristica del blog, ma sganciato da qualunque altro aggregatore. Ringrazio chi mi ha seguito fin qui all’interno di questi mezzi

un caro saluto e buone feste

 

Come non apprezzare la tua polvere di legno compattata in prosa poetica? Nessuna frontiera, come il muro all’interno parla. Hai trovato lo scolo per il tuo dire in versi e lì inserisci un fitto dialogo con il Mistero-della-scrittura. Mai scialbo. La lotta con la nomenclatura boia sbuca evidente, così come la attesa di un gocciolio al buio di una gonna interminabile.
Scarnifichi l’uomo che accompagni nei giorni e ti riscopri strumento di comunicazione, che impiglia lo
sporco (credo la parola chiave di questa plaquette) naturale.
Scarnifichi l’uomo che accompagni nei giorni mentre
si gonfia ildeserto prolisso in cui accumuli distrattamente terapie estensive.
Scarnifichi l’uomo che accompagni nei giorni e scopri il nervo di un “Ziel” non ancora raggiunto ma sempre prossimo. La frustrazione fa il paio con la tensione inquieta ed è essa che scalfisce il nocciolo della Poesia che brucia più storia di quanta non ne produca

Appunti di un falegname senza amici di Alessandro Assiri, Lietocolle 2013, note di lettura di Flavio Almerighi.

   

   

Scriveva Giorgio Linguaglossa circa venticinque anni fa: «La poesia sta conoscendo un periodo di “oscuramento”, di internamento nella sua residenza invernale… chi non vede la lethargia che ha colpito la poesia di questi ultimi due decenni dimostra quantomeno cecità . Caduto da tempo il suo mandato sociale, oggi è caduto anche il mandato politico che l’aveva surrettiziamente mantenuta in vita. Rimane soltanto il mandato privato che il poeta dà a se stesso. Abbiamo raggiunto il punto zero oltre il quale non è possibile andare. Non resta che invertire la rotta.» Trovo molto calzante questa riflessione dopo la lettura del bellissimo Appunti di un falegname senza amici di Alessandro Assiri edito da Lietocolle. Geppetto da mandato all’autore di chiamare a raccolta i suoi pezzi di legno, di lavorarli, anche di dare loro una collocazione spazio-logistica, sono bellissime le fotografie che corredano il libro, intercalate alle poesie, e lo rendono ancora più eloquente. L’autore altresì, fedele al proprio mandato di lavora, li plasma, da loro una forma e una storia, immolandoli al fuoco della scrittura. Figure che esistono solo perché la parola, la poesia, danno loro un’ombra, un passato irraggiungibile, un presente incollocabile, ed esistono soltanto perché c’è la parola in forma di poesia.

La scrittura di Assiri non risulta facile diventa poesia, e che poesia, per quella profonda capacità trasfigurativa ed evocativa che fiorisce sugli spigoli e negli angoli stessi che questo modo di scrivere, apparentemente poco musicale, crea.

“a bologna un libro in tasca lo devi sempre avere” “ma quando penso che sei scrittura chiara”

C’è tutto un giro del mondo, un pieno di gusto e sensazioni in questi versi tratti dalla prima lirica di Appunti, e questa chiarezza che progressivamente prende durante la lettura del libro, diventa lampo proseguendo nella lettura e proseguendo nella visione delle bellissime foto, prima durante e dopo aver letto ogni brano. Sì, a Bologna un libro in tasca lo devi sempre avere, soprattutto se sei uno di quei pinocchi che hanno preso vita dalle mani del falegname senza amici, e corri per riguadagnare tempo, spazio, recuperare sul versante del vissuto. Mestiere paziente quello del falegname, ma l’artista lo è altrettanto, aspettando di rivedere i propri parti per riveder se stesso. Insomma, questi Appunti sono affascinanti, si leggono in un fiato, poi si rileggono e ancora, ancora, Assiri mi ha entusiasmato per la sua capacità di costruire, dare anima, scolpir, dipingere, lavorare con le sole parole. Questo identifica un Poeta.

 

apparso su versante ripido

 

Alessandro Assiri “In tempi ormai vicini”, Edizioni CFR, 2013

 

Alessandro Assiri con la silloge “In tempi ormai vicini” sceglie di riportare alla nostra attenzione un tema storico, politico e lo fa con quella appassionata presa in carico che è tanto più vera quanto più è amara, a tratti cinica. In ogni caso coinvolgente. Le stragi di Brescia e di Bologna costituiscono un unico contenitore delle emozioni e dei pensieri dove la sorpresa, l’annichilimento dei presenti, passati in un istante dalla quotidianità alla tragedia, sollevano appunto la ferale questione: quale distanza c’era tra quotidianità e tragedia? Non era già tutto presente? Non dovevamo già essere tutti consapevoli della situazione storica e poi qual è la differenza, visto che esiste, tra l’essere sopravvissuti alla tragedia e la voglia di lottare affinché non più accada?: “senti come tace il tuo pugno alzato / adesso che indietreggi perché sei rimasto vivo / tra una scarpa calzata e un’altra perduta”. Naturalmente la voce acre di Assiri nel raccontare anche l’esito processuale non si esime dall’esprimere giudizi e critiche, ridisegnando il profilo del poeta impegnato: “Entra la corte svolazzan le toghe papaveri alti il resto son seghe / tutti i colpevoli trovati in serata con alibi pronti e corsia riservata”, giudizi che non risparmiano anche il modo in cui si credeva di essere impegnati in quel tempo storico, forse coinvolti più in un gioco che in una azione incisiva e responsabile. Ma il tempo storico è sempre anche il tempo presente della coscienza e allora un confronto tra i due stati dell’io porta il poeta a scoprire un orizzonte solo falsamente mutato dal digitale o dal precariato, ma ancora più inconsapevole e assuefatto: “Un paese che si indigna a gettoni di presenza / ha dimenticato che piazza è azione in potenza”. Eppure, il poeta ci avvisa che sono proprio i morti delle stragi a costituire per noi la possibilità di un passaggio a una più civile vita: se vivi fra noi vivi.

 

perchè di nuovo lettere

non c’è un motivo nella riapertura di lettere a nessuno e nella chiusura della stanza delle poche righe, se volessimo sorriderne si potrebbe solo dire che tra poche e nessune il passo è breve

nessuna forma di socialità da rete mi ha mai coinvolto, non credo sia il mezzo per parlare di nulla tanto meno di poesia e di letteratura, è però un covo di solitudini in cui ogni forma di letteratura si ritova

lettere non ha obbiettivi se non sfogare la mania diaristica che alberga in ognuno di noi se questo poi possa o meno interessare sinceramente non mi importa più di tanto

non è assolutamente vero che uno scrittore brama essere letto, perchè a gente estranea è impossibile scrivere e in questo risiede l’assumere nessuno come interlocutore null’altro che fabbricare un immaginario ascoltatore privilegiato

lettere è solo un espediente per rimanere appesi ai chiodi rimasti, per denunciare il passaggio di una vigliaccheria che in poco tempo è passata da voler abbattere allo sperare che non crolli

forse solo questa è la finalità egoistica che intravvedo, questo ammettere che in fondo tutti cerchiamo una morte della nostra taglia ed è solo per questo che esistono gli spazi letterari

diceva Rilke: “il volto che mi misi aveva un odore stranamente vuoto” non capire oggi che il dire poetico è diventato solo questo è nascondersi dietro il dito non solo della solità vanità, ma di quello che si scambia come il futuro dell’ombra

lettere è il tentativo di tenere ancora le mie mani vicine, perchè quando mi accorgerò che dalle dita uscirà qualcosa che non volevo sarò ancora più vile da non fare nulla, ma spero di avere la dignità di sentirmi stanchissimo

io non ci credo a cambiare l’argomento a questo ostinarsi a scrivere agli estranei

a questo guardare con gli occhi sbagliati a un deserto gremito

 

 

 

possiamo raccontare solo in versi e non è la struttura del romanzo che è cambiata

sono i passi che si fanno strascicati, la poesia non è diventata altro che narrazione

e chi oggi può dire che ci siano storie da salvare? Amalgamare il quotidiano all’emotivo non fu altro che la solita menata del personale-politico

Scriviamo per vederci scritti, scriviamo con le puntine ma solo per appenderci a qualche bacheca più lontana

null’altro che annunci di chi cerca la badante, di chi ha perso il motorino

affidare le parole alla rete è il messaggio in bottiglia che spera di essere pescato

che buffonata capitan serpente e le storie dei pirati

perchè i miei cambiamenti dovrebbero interessare gli sconosciuti, perchè dovrei scassare le palle con i miei gusti letterari

la letteratura è finita perchè è inutile perdere, non c’è più sconfitta che serve

il male sepolto non è quello assoluto, esser soltanto sonno e nome

di una lingua raggrinzita che non si fa persona, ma resta l’unico animale che viene al mondo piangendo

Dario

racchiudere in un percorso antologico seppur ridotto l’opera di Bellezza è gia di per sè limitante

sia per il percorso di scrittura che per la statura umana del personaggio Dario, uno dei pochi autori che a forza di sentirsi dire di essere grande, grande non si è sentito, ma lo è diventato, giocando un ruolo fedelmente, tanto da far sì che la sua letteratura non abbia più bisogno di istanze di autenticità appartenendo di per sè alla verità misitificata

Siamo al cospetto di una poesia collocata pienamente nel suo tempo, ma scritta da un autore che quel tempo è troppo impegnato a viverlo per cambiarlo e allora all’esigenza impetuosa di scrittura non resta altro che compiere un sortilegio: assumerlo questo tempo, caricarselo insieme alle altre scimmie sulla schiena e tentare di descriverlo.

Emerge infatti anche dalla selezione operata su questi testi l’aspetto del Bellezza che sente e intuisce l’inutilità rivoluzionaria degli annni 70 arrivando quasi a deriderne la partecipazione, perchè gia tanti e troppi sono i modi per partecipare alla sconfitta per testimoniare la caduta

 

Rimane questa idea di poesia emotiva in tutta la scrittura di Dario come se l urgenza del dire rispondesse a un istinto animalesco che si muove per odori e per umori ma credo che in fondo bellezza fosse pienamente consapevole che i sensi non si consegneranno mai all eterno anzi avranno sempre nel dissolversi la propria fascinazione Sapere di non rimanere vuol dire aggirare con maestria ogni artistica mimesi e ogni effimera pretesa letteraria é questa lezione di impermanenza L eredità vera di una lettura attenta questa consapevolezza di sapere che si è meravigliosamente imperfetti solo quando il sangue è in cammino

Qui non si tratta più di sapere se il poeta sia o meno un fingitore si tratta di assumere su di se la consapevolezza che ogni parola ê coltivata in funzione di una storia che a volte é biografia ed altre solo erbacce da estirpare

Dario la vita spesso la vive ma altre la sospetta reclusa in una diversità ingombrante che solo “l atteggiamento” può contribuire ad alleggerire

 

Ho sempre ritenuto l’io di Bellezza un io incapace di ritrarsi, un io speso interamente nell’uso sapiente di un verso che la profondità l’ha gia tutta in superfice come gioco magico di questa parola addescante, di questo meccanismo a orologeria costruito per sedurre o per prendere distanze, quasi si usasse la lingua non per replicarsi, ma per imitare una somiglianza, per essere aderente a una costruzione, sia essa un onirica fabula o una ben più modesta, ma non per questo meno vera, proiezione di strada.

 

Auspico che questo breve percorso possa consegnare al lettore sopratutto un rapporto nuovo con un autore che ci ha insegnato che la vita la possiamo solo sorvegliare con le parole e vigilare con i sensi, un autore consapevole che questa veglia avrebbe procurato un’insana raccolta di illusioni e un altrettanto insana raccolta di presenze.”La poesia vive di un insonnia perpetua” diceva Renè Char ed è questa insonnia che Bellezza ha chiesto a gran voce di abitare in un modo che metaforicamente trasforma la poesia di Dario in una ricerca di inquilini molto più che in una ricerca di interlocutori, inquilini con cui dividere la stanza con cui alleviare un peso

 

Spesso sembra che le righe di Bellezza siano un andare a capo quando il pensiero rantola, quando la fragilità prende il sopravvento come molte volte si può notare anche nei componimenti dove è forte la critica verso l’inutilità dell’atteggiamento politico di una generazione, intuita dal poeta in una spinta empaticamente pasoliniana come il suono di una de-generazione che sarebbe di li a poco esplosa con tutte le sue contraddizioni di un presente che non si etrnizza mai nei versi, ma ne viene espulso proiettato in avanti.

In una lettura disattenta l’atteggiamento civile di Bellezza potrebbe apparire una mescolenza di superbia e supponenza, ma solo addentrandosi nella carne del verso si può iniziare a scorgere che proprio in quella carne sta tutta la rivoluzione di Dario, la stessa carne che marcisce e che si detoriora come le idee, la stessa carne che diventa desiderio e follia esattamente come le istanze di cambiamento che ogni insurrezione ci chiede.

 

Ed è proprio nella carne che diventa luogo del disprezzo, ma anche scorta di memoria e di provviste per l’inverno dei sensi che ritroviamo l’enorme forza di una poesia che non è stata resa inoffensiva che non è stata disinnescata nonostante gli innumeroveli tentativi di irriderla e di intimorirla, una poesia fisica che richiede fisicità anche al lettore che si trovi oggi a leggerla o rileggerla, perchè poesia e a maggior ragione quella di Dario è affronto, scontro, senza mai ripiegare.