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Non esiste movimento che non sia sorretto, fiancheggiato da una cultura, se all’interno di una cultura non ne scaturisce la sua genesi che si profonda in atteggiamenti.

Non esiste nemmeno un antipolitica se non è in grado di ipostatizzare una post politica.

Ogni movimento per essere tale porta con sè la forza trascinante della musica,l’insurrezione esondante della parola, attraverso questi mezzi fonda e riforma modelli e stili.

Ogni movimento porta in sè la dirompenza di una forza creativa, ma lo fa insediando un’energia di lotta non indotta, un energia che non aspira alla rivolta, perchè la rivolta è gia accaduta come mutamento.

Questi non sono movimenti ma Casaleggismi di vecchi e arruffati capelloni e Grillismi da marketing di piumini e alla fine della fiera il vero alto tradimento è guardare con simpatia alle generazioni che ci sfuggono di mano.

We blew it: abbiamo perso un’occasione si diceva alla fine di easy rider, ma qui non è così perchè l’occasione non si è saputo costruirla.

L’opportunità non è stata colta molto semplicemente non si è manifestata.

Ogni movimento ha una rivoluzione che lo viene a salvare e sta qui in questa frase tutta l’incapacità delle “pietre” che non sappiamo più tirare.

Ogni movimento ha qualche libro sul comodino, qualche ascolto frequente e altre modalità d’uso qui si sente troppa Italia uno, troppo xfactor e vasellina pronta all’uso.

Ogni movimento abbatte porte e muri, ridefinisce con i gesti una territorialità del sacro, ha un germe dentro che si chiama indispensabilità, un germe che si muove all’unisono con qualcosa che attiene alla visione ampia e si chiama prospettiva.

Ogni movimento non vagheggia un jazzismo elementare delle modeste improvvisazioni, ma cerca e aspira a chi ha un orecchio in espansione.

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Non so come fare a spiegarti o a spiegarmi che la scrittura non mi interessa più che presto attenzione solo al non verbale che non necessariamente è il silenzio, ma l’atteggiamento, la postura , il paesaggio, la relazione con le cose, con l’ostinazione della cura per oggetti inanimati

La comunicazione pubblica è talmente corrotta da aver generato la più spaventosa crisi della verità mai vissuta dall’uomo, il totale crollo dei “regimi” delle nostre parole ci rende impotenti ai significati alle attribuzioni di senso

Attraversiamo il linguaggio lasciando mentire la narrazione, il grande male di una letteratura senza simboli, dove il lessico non si riduce, si tradisce. Quando la comunicazione delega la responsabilità a chi ascolta non è diventata parola morta, ma inutile menzogna per costruire un ordine di parte.

 

Non  esistono più le generazioni attese, perché la morte delle aspettative ha prodotto mutazioni devastanti, prima fra tutti l ‘incapacità umana di dirsi al futuro. Essere oltre l’emergenza è essere oltre l’identità, perché nessuno sente più l’esigenza di nominare, ma solo quella di smascherare

La crisi della rappresentanza non è altro che la crisi della rappresentazione ignorare questo significa condannarci a un linguaggio che non saprà mai più definire la verità per aver perduto la capacità di cercarla.

 

Non comprendere più se è più alta la minaccia della lingua o del silenzio ha fatto sì che si sfilacciasse la trama del mondo che per non poter essere ne detto, ne pensato ha potuto solo moltiplicarsi in un infinito incontrollato, in una corsa selvaggia di una diligenza impazzita.

Non si nasce più nelle parole di un immaginario libero, ma in un linguaggio depotenziato dalle proprie menzogne, nella narrazione di una tragedia che non percepiamo mai nostra, ma che ci sbattono sul gradino di casa.

Che piccolo paese quello che non ci offre nemmeno le chiavi della sua storia recente, quello che manca di assoluzioni e pensa allora di dipingere tiepidamente una generazione che se non aveva capito certe cose sapeva perfettamente che il suo tempo non sarebbe stato l’ora, ma il sempre. Che piccolo paese quello che confida nel compiacimento di una memoria elastica relegando nel domestico i propri gesti imperdonabili e che tristezza non saper ammettere che le rivoluzioni si fanno col materiale che si trova in quel frangente ed è da quel materiale che si discuteranno poi gli errori .

Che piccolo paese di intellettuali finti e buffi che non ricorda baffi e facce,ma presuppone libri per la loro vita ridicolmente a rischio, di schiavi addomesticati richiamati con un fischio.

Guardavo gli anni spezzati che hanno avuto l’ironia di dare la parte di Pinelli a Paolo Calabresi, non pensavo potesse esistere nulla di peggio di romanzo di una strage, ma non c’è mai fine si vede alle brutture del paesello, non c’è nulla di peggio storicamente che falsificare le proprie narrazioni che essere incapaci di scavare in uno spazio ancora pieno di suoni.

Chi parla di storia recente deve disporsi a un corpo a corpo con il tempo, deve dimenticare la consolazione, l’anno zero del futuro, deve smettere di cercare la fuga, la via di scampo

Mi sono rotto le palle del racconto, mi sono rotto perché c’ero, rotto degli sforzi di seppellire fantasmi, di rimestare l’innocenza come se fosse senza colpa…segue

 

La solubilità del tragico, siamo arrivati a un età che vivere ci deve assomigliare, non a tutto si rimedia ci sono cose che per averle bisogna arrendervisi con la verità che sta in ogni parola piegata alla lettura della resa, come pena accessoria per i vinti. Trovare la via per non fermarsi in gola, consumarmi di debolezza, di fame nascosta, il groviglio penoso di chiamarti parlando . Le nostre sono domande pesanti di corpi che si riconoscono per contagio in una lingua che non riesce a stemperare lo star male girando le spalle a un accaduto che non ha saputo assolvere. Perché scrivere non è mai un urgenza , ma la necessità di dare voce ad un ritorno per chi non ha mai viaggiato, ma ha conosciuto la distanza, per chi non ha mai creduto che esista un modo per tenere stretta la memoria e la ragione.

Credo la si debba smettere con questo confondere scrittura con ricerca del consenso, con questo fraintendimento di far letteratura per cuori solitari.

Ho scritto da qualche parte che se scrivere è la fatica dell’urgenza leggere dovrebbe essere quella del trovare o come in questa bulimia di testo quella di scavare e raccattare.Ho 51 anni vendevo poesie sugli autobus e le leggevo ai giardini, adesso vendo qualche copia e molte le regalo. In fondo ho sempre chiuso quello di cui non ho saputo far buon uso.C’è un ribaltamento che non condivido nel termine di far coincidere socialità e scrittura, francamente credo che scrivere coincida con oralità e postura. Non me ne frega niente degli stellinamenti e dei mi piace, dei gruppi e delle cerchie, mi interessa una forma di interazione letteraria che con questi mezzi non è applicabile, negarlo è raccontarsi patacche. Io credo ancora nei libri spediti e non negli inviati in pdf di cui anch’io mi sono vergognato, credo nei dibattiti a vista, nella sfida intellettuale che fa odore, credo nella parola che si debba far fatica per cercare. Credo ai lettori che si costruiscono in un altro modo ai testi che camminano da soli e se questa è una visione romantica della letteratura francamente non me ne frega niente, non sposta nessun equilibrio. Nessun editoria si potrebbe permettere un lettore intelligente, forse semplicemente non ho più voglia di contribuire ad alimentare questo gioco al massacro anche perchè facendo il libraio e non solo lo scrittore pago gia compromessi quotidiani con le mie vetrine. Credo o almeno questa è l’idea iniziale di mantenere lettereanessuno aperto nella vecchia funzione diaristica del blog, ma sganciato da qualunque altro aggregatore. Ringrazio chi mi ha seguito fin qui all’interno di questi mezzi

un caro saluto e buone feste

Ma siamo così sicuri che questo minimalismo ci faccia uscire dal pantano? Non raccontiamoci patacche, il punto vero di rottura è l’incapacità temporale che necessiterebbe di un risanamento immediato che si scontra con un procedimento di cambiamento che richiederebbe due generazioni. Il quarantennismo al potere mi fa ridere è la malattia curata col veleno, senza i dosaggi omeopatici, pretenderemmo di essere sanati dalla stessa generazione di rete4 e italia1. L’incapacità di cambiare la lingua del rinnovamento è l’unica possibilità che ha questa gente che non ha mai visto un cambiamento, questo è il vintage della politica, i giubbottini alla fonzie di renziana memoria rendono il quadro perfetto. Siamo il pensiero che ci ha generati, di forconi e forcaioli di chi le guerre non le ha perdute abbastanza, siamo il pensiero dei guerrieri di saturnino, ma non quello dei perdenti radicali. Il quarantennismo è sospeso tra la cultura delle ricette e i materassi con le molle, cerca gli ingredienti che non trova oppure rimbalza. Questa generazione che acquieta la coscienza tra telethon e le pigotte adottate, invoca soluzioni che non può dare, e ascoltarli bene nessuno si schiera e tutti si rifugiano, chi crede di eliminare i rottami pulisce solo il cortile. Il cinismo del cambiamento è il peggior augurio per il futuro è chiedersi tutti i giorni perchè non accade più niente, ma aver dimenticato la storia

L’esperienza è altrove rispetto al soggetto Il vuoto dell’esperienza sta nelle cose che non mi vengono più incontro nel linguaggio. Si é prodotta un’incapacità di andare incontro allo splendore, non comprendiamo più che questo comunicare ha svilito la parola l’ ha privata di comunione e di conseguenza di erotismo, carattere fondamentale di una parola incapace di farsi corpo 

L’agire strumentale del linguaggio ha reso la relazione inabitabile perché ha costretto la scrittura ad attingere a ciò che vorrebbe distruggere. “Il grado zero” è la parola che ha sapore é scrittura dalla febbre perfetta io in giro vedo solo diari taccuini di appunti e qualche risentimento

L’unica arte rivoluzionaria è la arte posta al servizio della rivoluzione, ma come è possibile creare bellezza al di fuori della storia o trasformare oggi la storia in bellezza assoluta? Rispondiamo ancora alla nostra infanzia ingenua, alla primitiva istanza di rifare il mondo per proprio conto, lo stile in fondo non è altro che coltivare la vanità di una somiglianza, all’interno di questo non si da null’altro che catene null’altro che un arte asservita da legami che non producano nemmeno il furore di chi è privato della libertà.

La contraddizione in fondo sta nell’accettare il mondo senza cercare di sfuggirgli e come diceva Camus di non possederne abbastanza.  Ma è solo nel tentare di svincolarsi da un mondo che imprigiona che si può sviluppare un linguaggio antagonista, la vergogna è avere accettato questa caduta in una finta socialità che altro non è che un inorgoglito e manieristico presenzialismo. L’uomo pubblico infatti sa di avere fatto un patto col diavolo e avergli ceduto l’anima in cambio, l’uomo sociale no, ha soltanto generato un surrogato, un espediente per curarsi dal mal di solitudine.

Scrivere fare arte è oggi produrre e scrivere per non essere letti, al punto di aver dato vita a un bacino spaventoso di non ascolto, ma siamo noi i responsabili di una scrittura che è venuta a mancare come funzione e come azione, noi che non abbiamo più saputo capire che quello che la letteratura ci chiede come fine il mondo ci restituisce come mezzo. Ma cos’è il mondo dell’arte e della parola se non possiamo scuoterlo con le nostre passioni rivoltate? Cos’è se non possiamo invaderlo di nuovo con il corpo, con le percezioni, non per farne un ennesimo narcisismo, ma una nuova atmosfera estetica.

Rinnovare l’estetica è rinnovare la rivolta ridiscutere le interazioni di quella bellezza che non è complemento ne memoria tragica dei tanti, troppi errori commessi

 

Questo non é un movimento,ma lo spontaneismo di un malessere, il sacrosanto
diritto dell’ uomo in rivolta. Siamo davanti alla protesta sociale più
ampia della storia recente, l’insurrezione dalle larghe intese,perché
nasce da un coinvolgimento delle macerie, dalla solidarietà delle rovine .
L’impronta diversificata ed eterogenea di una protesta che non nasce
dal basso, ma prende vita da quei soggetti che in basso sono finiti,
questo è il soffio insurrezionale della Middlle class, la rabbia di chi si
è trovato col culo scoperto, la rabbia che non reclama ciò che non ha, ma
di chi vorrebbe difendere ciò che é. Non c’è un radicalismo dei
perdenti, ma un proliferare di sentimenti di sconfitta di chi
dicendo:basta, stabilisce dei confini, dei limiti di sopportazione non più
mediabili . La non organicità della protesta produce un allargamento del
dissenso, un accendersi spontaneo dei fuochi delle ragioni su cui far
cuocere il pentolone del disagio . La fretta dimostrata da questi scampoli
di politica di avvallare o arrogare a sé brandelli di un dissenso,
dimostra la forza di qualcosa che solo restando estraneo potrà sperare di
rivendicare le motivazioni e di rimettere sul piatto parole che dovranno
essere collettive se solo vorranno essere udite.

Ma quale post ideologico, ma ci rendiamo conto che il superamento dell’ideologia in queste condizioni non è null’altro che una scivolata nel nulla

 una debolezza di pensiero che sarà incolpevole, ma non per questo meno incapace. Questi sono i 40 enni cresciuti a Rete 4 e cavalieri, i democristiani di rimbalzo che sono peggio dei socialisti di rincalzo. Ma quale post ideologico, l’unico post è quello su twitter o su faccialibro che è lo specchio di un approssimazione come unico aspetto duraturo di una realtà effimera e cosa ancor più triste, la contrapposizione a questo era l’apparato, la macchinetta da guerra spompata dei reduci della fgci :babbo e figlioli tutti in grigio.

Di che cosa bramiamo di diventare post: della rivolta nel sangue, dello sguardo attento verso i deboli, della lotta ai soprusi, dell’uguaglianza come difesa della diversità. Sono abituato per default a giudicare un romanzo dalla cultura che l’ha prodotto che conta più di chi l’ha scritto… e che altra storia si poteva raccontare se non questa menata vestita da farsetta.

Dal vangelo secondo matteo: il riformismo non deve per forza essere noioso. Certo, ma è necessario sapere che prima di parlare di riformismo come qualcosa che si pesca dietro l’angolo è necessario avviare un procedimento dai risvolti culturali profondi e non esercitare una cultura delle spannette, perchè questo ci mette di fronte ancora al dover scegliere il male minore. Forse c’era bisogno di ridimensionare il comico, di riportarlo in quel 12 per cento che è quello che compete agli antagonisti arrabbiatini che prendono aria sui tetti, o forse chi nel 92 aveva 17 anni coltiva nostalgie che mi sfuggono da convention di garofani e ministri sudaticci fino a notte tarda, perchè forse a qualcuno è sfuggito che essere ex democristiani a quell età lì voleva dire essere per forza sporcati di bettinismo, lo stesso sintomo che gestito dai più grandi, oggi ci fa ragionare per ventenni da chiudere e per altri sapori…..continua