Archivi per la categoria: lettereanessuno

Null’altro che eventi che si lasciano indietro cose e questo era il suono della città che crollava il nichilismo di chi cadeva più veloce Non sei quel che sembri ma quel che diventi occupi un terreno  a un tratto sgombero usi strumenti di una violenza simbolica Il futuro non esiste perché abbiamo smesso di chiedergli di anticiparci il dovuto come ambizione del cazzo di durare più anni di quanto si vive All’ora di cena piccole didascalie per immagini deliziose tu non mi vizi mi decori in silenzio sbuco più nuovo dalle tue mani bagnate Sei la costruzione ideologica di un amore che ci riceve separati ti esplodono in bocca le parole che biascichi

Annunci

Non so come fare a spiegarti o a spiegarmi che la scrittura non mi interessa più che presto attenzione solo al non verbale che non necessariamente è il silenzio, ma l’atteggiamento, la postura , il paesaggio, la relazione con le cose, con l’ostinazione della cura per oggetti inanimati

La comunicazione pubblica è talmente corrotta da aver generato la più spaventosa crisi della verità mai vissuta dall’uomo, il totale crollo dei “regimi” delle nostre parole ci rende impotenti ai significati alle attribuzioni di senso

Attraversiamo il linguaggio lasciando mentire la narrazione, il grande male di una letteratura senza simboli, dove il lessico non si riduce, si tradisce. Quando la comunicazione delega la responsabilità a chi ascolta non è diventata parola morta, ma inutile menzogna per costruire un ordine di parte.

 

Non  esistono più le generazioni attese, perché la morte delle aspettative ha prodotto mutazioni devastanti, prima fra tutti l ‘incapacità umana di dirsi al futuro. Essere oltre l’emergenza è essere oltre l’identità, perché nessuno sente più l’esigenza di nominare, ma solo quella di smascherare

La crisi della rappresentanza non è altro che la crisi della rappresentazione ignorare questo significa condannarci a un linguaggio che non saprà mai più definire la verità per aver perduto la capacità di cercarla.

 

Non comprendere più se è più alta la minaccia della lingua o del silenzio ha fatto sì che si sfilacciasse la trama del mondo che per non poter essere ne detto, ne pensato ha potuto solo moltiplicarsi in un infinito incontrollato, in una corsa selvaggia di una diligenza impazzita.

Non si nasce più nelle parole di un immaginario libero, ma in un linguaggio depotenziato dalle proprie menzogne, nella narrazione di una tragedia che non percepiamo mai nostra, ma che ci sbattono sul gradino di casa.

La solubilità del tragico, siamo arrivati a un età che vivere ci deve assomigliare, non a tutto si rimedia ci sono cose che per averle bisogna arrendervisi con la verità che sta in ogni parola piegata alla lettura della resa, come pena accessoria per i vinti. Trovare la via per non fermarsi in gola, consumarmi di debolezza, di fame nascosta, il groviglio penoso di chiamarti parlando . Le nostre sono domande pesanti di corpi che si riconoscono per contagio in una lingua che non riesce a stemperare lo star male girando le spalle a un accaduto che non ha saputo assolvere. Perché scrivere non è mai un urgenza , ma la necessità di dare voce ad un ritorno per chi non ha mai viaggiato, ma ha conosciuto la distanza, per chi non ha mai creduto che esista un modo per tenere stretta la memoria e la ragione.

Il risultato dei miei interrogativi più urgenti, l’impegno personale con il vero che mi cambia forma dalla mani, perché il vero scivola sempre, si impregna di fango, chiede aiuto:disturba. Il vero si sfalda, perché il vero è una difesa che viene travolta, il vero è resistenza troppo spesso vana; un infelice per strada che si aggroviglia , arranca , sbuffa in salita. Il vero è un burattino con uno straccio in mano, un bambino che stringe le viti del meccano

quando mi promettevi seriamente il mondo io contavo e tu eri ancora lì con le stelle al soffitto abbiamo solo affrettato la fine del corpo e i nostri ingredienti migliori ancora chiusi in dispensa insieme alla rinunce alle domande feroci 
Lo sai soltanto adesso che ogni treno é una sorpresa adesso che ci si accontenta di una faccia gentile adesso che si contano le vittime collaterali come fossero domeniche irripetibili e corte 
Dove arrivavi stanca di parole da aggiustare 
A scoprire che non siamo poi così diversi da come amiamo pensarci

 

Ho chiuso un giovedì con 7 euro e 50 e tu mi gocciolavi tra le gambe per ricordarmi il niente, eravamo distratti come rospi, verdolini per qualche malattia e lettere a Theo alla pagina sbagliata.
Si doveva fare un reso e così avremmo smesso di tremare” non gettate oggetti dai finestrini” è cosi poco per scrivere romanzi.
Vorrei stare di traverso sopra un cemento qualsiasi a gridare occupato e scriverti: vieni sul retro sgualcito di una manica lunga.
Adesso che abbiamo solo stivali più vecchi di un quarto d’ora, rimaniamo in bagno tra il vapore e i capelli perduti, nei mezzo busto graffiati come mappe per trovarsi. C’è il tuo odore che annulla quest’alibi di ferro in cui mi sono nascosto per sembrare imperfetto… e questo Dio dai sogni ingiusti che ci replica a monologhi infettandoci scompone la nostra fine, nei pomeriggi dove ci è solo sembrato di trovare parole per non morire di fretta.
Ed ora che ho 27 ore di distanza dalla tua lingua ti indosso a rovescio e ti porterò fiori migliori di questi per scordare i cani e le domeniche e tutti gli anni che cominciano a volare.
Noi assomigliamo a un palazzo ci accontentiamo dei muri capovolti sul finale , con i nostri istanti da balcone e gli umori da stuoino. Congratulazioni a chi ci sta di fronte e qualche s’ da basso a passi svelti per l’uscita.
Sì di corsa, perchè ogni qualcosa ha i suoi difetti, noi battiamo i denti solo per assistere a tutto quello che nei treni si spegne.
Abbiamo un sospeso di avverbi, ma per girarsi di spalle servono le virgole e gli adagio di ogni partitura. E sono così difficili le stanze di Aprile coi versi dispari e i rumori d’occasione, si coprono le parole già stanche del viaggio e noi tra le dita ci si ripara alla meglio.
Ricordati di guardare all’angolo corto di ogni incontro, quello dove ancora non servono i cassetti, dove ci si stiva per metà, dove tutto è tiepido per sempre e ogni squillo un motivo per saperti felice.
Non è sai come sbrigarsi a vivere, solo questo essere ingenui passa in un secondo, malfermi di purtroppo, tutti presi a rotolare…ed io che conservo ancora un dicembre assoluto ti prevedo per poterti rivedere, frase corta in anteprima.
In tutto le volte che ci siamo addormentati senza scriverci sul corpo, ne mangiarci addosso come orizzonti mobili nell’approdo di ogni desiderio, sulle radici dove si colma la storia di questo tempo quieto.
ed io ho ancora fame quando ti si chiude la voce, è questo di te l’ultimo cielo che vedo, scintilla di ogni diversamente, oggi non si corre si muore più morbidi.

ed è provvisorio anche il tempo del marcire il pane con cui ti imbocco e tutti i posti dove inciampi
e da capo caparbio ti rialzi perchè credi di avere ancora baci e baci ancora più facili del tuo nero
dei muri della casa o del riparo che in questi giorni d’aria cerchi lentamente strisciando con i piedi
ti dico stai attento ma mi confonde la fatica del timido salire senza appoggiarmi alla tua assenza
vorrei dirti che ho trovato qualcuno che non scrive ma ti ho mentito così tanto che me la posso risparmiare
adesso sai lo prendo l’autobus la gente mi da solo un po’ fastidio e preferisco dirti questo che non è mica una bugia
per lasciarti più tranquillo e così gonfio non solo del tuo male ma anche del sapere che son debole un po’ meno
corro ma mica per far presto voglio solo uscire da sto verde che è il verde sbagliato
corro e sbatto negli anni che mi hai dato alcuni che non ho voluto e altri che mi han prestato

è solo la scrittura a trasformarci in parole, sono più lento ma anche con le mani occupate riesco a nascondermi
guardavo le foto della Lalla avevamo gli occhi della bellezza irragiungibile erano gli occhi di chi c’è sempre
anche quando non serve perchè se capitasse è più vicino
adesso siamo meno di così ci contiamo differenti perchè torniamo a casa presto e c’è anche chi non esce
prendi me da esempio che ho cambiato solo il modo di stare dentro un buco o tutto al più che bevo solo quel che pago
però non vi capisco avete cosi tante cose da dire e non muovete nemeno la bocca, vi affacciate sperate di essere seguiti
 
ma tanto se c’è un altro non potrò mai installarmi in lui, una volta almeno avrei cercato di concidere alla lunga magari di aderire
chissà come stiamo davanti agli altri adesso che siamo più morti e più magri e abbiamo intese così larghe che ci vuole la cintura

Ogni ascesi è la predisposizione a un transito che deriva da un rifiuto, ma non credere mi stanca, non c’è più grande stanchezza di quella dei tempi delle religiosità avvilite (ascetismo metropolitano della violenza sedata)
commenta l’accaduto che a me non mi risulta come fosse l’antefatto di un progetto letterario
che nessuno supponeva così gonfio di classici minori, ti ho sentito in queste ore continuare a sparare dalla porta principale, le giustificazioni importanti le voci diffuse
insegnali il mestiere, qualche male banale massimo impatto piccoli obbiettivi
e io ti interrompevo con la violenza politica come problema semantico e Alice
che da anni non partiva, ma garantiva le valigie i moventi puntuali le domeniche
di sole, c’era una famiglia che scappava non rispondeva al fuoco, ogni spalla un
disertore, insegnali il mestiere che mancan pochi metri se si infila dentro magari
lo perdiamo, ma del sesso degli angeli bisogna sempre disquisire anche al parco col bambino
chi lo conosceva bene diceva che era buono, la matricola limata come chi non ha il lavoro
ci ha rimesso del cemento ha cancellato una parola,insegnali il mestiere e non perderti domani,
conoscevo tuo padre il suo foro d’entrata assumeva l’impegno, mentre di fuori si aspettava la fiducia
i consigli per aderire al disegno da postazioni lontane
incitare la folla a perdere il posto, oscillare davanti al policlinico, accertarsi delle condizioni fare la spola per non lasciarti da sola, sei tutta sudata ti cambio la maglia, hai lo stesso colore della plastica dell’esselunga dici di star bene sei credibile come alemanno dopo un attentato, sei qualcosa di carta piegata di lato e io assomiglio agli altri famigliari, quelli che spingono ma che non li fanno passare; si sta tutti lì in una stanza che sembra quella della tombola, ci si sente solidali fosse solo per deglutire male, per stare a schiena dritta,per sfogliare il giornale, ma lei è un fratello o un lontano parente, sono solo qualcuno che non vuole aggiungere niente
solo i cretini come Dario fingono di essere grandi senza sapere di esserlo davvero
intanto digerisco a litigare con Francesco su cosa sarà e sulla bicicletta sul muro
che ho quasi paura che si perda nella versione dei Marlene di tutte le impresssioni
chissà se tutte le citazioni sono chiare solo un altro linguaggio per mandarti a cagare
sono così condiviso che se esco di casa ti mando un avviso faccio una foto che documenti l’uscita
tu lascia un commento per ricordare il momento
e pensare che avrei potuto se si scaricava l’allegato, ma ero stanco avevo fatto un altro gesto e mi era partito l’ipertesto
il mio è da un po’ di tempo che si chiama libero, ma potrei cambiare operatore a parità di servizi la tariffa migliore, scusami Fabrizio non è storia da impiegato, ma solo del nuovo precariato dove nessuno si è salvato nemmeno quei compagni che in tasca han messo i pugni quelli che Antonello immaginava in banca a far la spola tra una vita di merda e la pistola
e vero Fiorella che gli amanti sono favole ombre di persone vive gli amanti sono il solo presente che immagina di assaggiare un futuro

e se fosse perchè abbiamo ammirato, osannato troppo questa tragicità, perchè ci abbiamo dormito dentro, perchè ce ne siamo nutriti cosi tanto da non potere farne a meno, al punto che ammiriamo solo chi rispetta i nostri malumori o le cose he non riescono  a uscire

il corpo assiste all’incontro come fosse ancora pensiero che cammina, vittima predestinata della nostra cattiva coscienza, ma usare è ancora solo stringere la carne senza sapere se si è educati o solo vivi
non è mai la malattia a cambiarci il tempo, ma la mente che si immagina malata