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Che piccolo paese quello che non ci offre nemmeno le chiavi della sua storia recente, quello che manca di assoluzioni e pensa allora di dipingere tiepidamente una generazione che se non aveva capito certe cose sapeva perfettamente che il suo tempo non sarebbe stato l’ora, ma il sempre. Che piccolo paese quello che confida nel compiacimento di una memoria elastica relegando nel domestico i propri gesti imperdonabili e che tristezza non saper ammettere che le rivoluzioni si fanno col materiale che si trova in quel frangente ed è da quel materiale che si discuteranno poi gli errori .

Che piccolo paese di intellettuali finti e buffi che non ricorda baffi e facce,ma presuppone libri per la loro vita ridicolmente a rischio, di schiavi addomesticati richiamati con un fischio.

Guardavo gli anni spezzati che hanno avuto l’ironia di dare la parte di Pinelli a Paolo Calabresi, non pensavo potesse esistere nulla di peggio di romanzo di una strage, ma non c’è mai fine si vede alle brutture del paesello, non c’è nulla di peggio storicamente che falsificare le proprie narrazioni che essere incapaci di scavare in uno spazio ancora pieno di suoni.

Chi parla di storia recente deve disporsi a un corpo a corpo con il tempo, deve dimenticare la consolazione, l’anno zero del futuro, deve smettere di cercare la fuga, la via di scampo

Mi sono rotto le palle del racconto, mi sono rotto perché c’ero, rotto degli sforzi di seppellire fantasmi, di rimestare l’innocenza come se fosse senza colpa…segue

 

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La solubilità del tragico, siamo arrivati a un età che vivere ci deve assomigliare, non a tutto si rimedia ci sono cose che per averle bisogna arrendervisi con la verità che sta in ogni parola piegata alla lettura della resa, come pena accessoria per i vinti. Trovare la via per non fermarsi in gola, consumarmi di debolezza, di fame nascosta, il groviglio penoso di chiamarti parlando . Le nostre sono domande pesanti di corpi che si riconoscono per contagio in una lingua che non riesce a stemperare lo star male girando le spalle a un accaduto che non ha saputo assolvere. Perché scrivere non è mai un urgenza , ma la necessità di dare voce ad un ritorno per chi non ha mai viaggiato, ma ha conosciuto la distanza, per chi non ha mai creduto che esista un modo per tenere stretta la memoria e la ragione.

 

Quaderni dell’impostura”
Autore Alessandro Assiri
Edizioni Lieto Colle
Converso con ogni solitudine che non abbia una destinazione e cerco l’umiltà
per dire ogni cosa che sfioro”A.Assiri
Chi passa nel mio giardino?
Il giardiniere. Eppure non è lui.
La vita si stacca da sé, ne rimane l’illusione
Di cui si parla in treno tra viaggiatori sudati”
P.P.Pasolini
Poesia in forma di rosa” scriveva Pasolini senza necessarie omologazioni . “ Poesia a forma di diario” è quella che si legge nel testo di Alessandro Assiri, attraversamento cosciente e congetturato in rimandi continui di pensiero, immaginazioni e silenzi, perplessità e dolore che accompagnano la sostanzialità della vita come continuo preparativo ad un viaggio. Al centro dell’indagine , lo scandaglio della parola che diventa ricerca del sé e attesa di una possibile alterità “la controversia solita per parole troppo scarne, alla fine è un presente da confidare e un passato che rimorde” “e penso ad ogni madre che ha imbellettato un fiocco, che ha stretto al cuore un amore e che separandosi dall’orgoglio ha accennato una carezza, così lieve perché non sembrasse un saluto”. Una scrittura “dolosa” si significherebbe con linguaggio e modalità di un vero scoperto ma non rivelato, vestito di letterarietà e poco di vita. Ma essa tracima fin dai versi sopra citati in brandelli che si ricuciono e fanno emergere la fragilità di una vita appuntata su quaderni della vera impostura che è quella della perdita dell’innocenza , del linguaggio e della comunicazione interiorizzate nel viaggio dove turista e nomade confondono solitudini e parole.Il deserto propone pagine sole e tele da imbrattare dove “ la finzione” scaturisce , a mio avviso, in quell’attimo necessario che passa dal pensiero al prendere una penna o un pennello e segnare un passaggio, appuntare una nota “Nessun incanto potrà mai essere sincronia, non c’è da meravigliarsi se non nel distacco. … e quel piccolo disagio che ogni volta m’inquieta se solo ti allontani , confonde le sirene con soavi armonie” per poi dire “ quando le cose si allontanano c’è una strana grazia nel loro sbiadire, una sorta di morbidezza della dimenticanza , come lo spalancarsi dell’infinito prima dell’oblio….” “verrà un frammento e avrà il suo passo, il suo reclamo da fare, le sue parole da dire”.
Non certo reale oggettivo ma immaginato è quello che si sfoglia nel testo e forse nel vivere dove ogni attimo ne prefigura un altro nei preparativi per la partenza che non sono inizio di un viaggio ma coscienza di una progettualità già conclusa nell’attendere. Nell’immaginare il significato del contenuto si snodano senza respiro gli scritti dei quaderni , alla velocità della parola si oppone la necessità di un vuoto “ come se l’assenza di dinamicità rallentasse il mutamento.” E a quest’ultimo che invece mi sembra ci si opponga con la forza del poeta che ha conosciuto la fine della meraviglia, il sapore della noia e la perdita di un paradiso a cui aspira mentre veleggia su “vele nere” di omerica memoria e si riprometta la tessitura di Penelope.
E nell’apparire e sparire in simultaneità dell’immagine-parola-significato, Assiri connota il dolore dei vivi “è l’urlo dei vivi che mi da turbamento, l’incapacità di trattenere un orrore per l’impossibilità di poterlo spiegare” dove tutto è silenzio, votezza, “ dignità calpestata dove è solo vergogna essere uomini” e la “ dissolvenza è atto privato o qualcosa da consumare in solitudine”
Lo scavo della parola, la sua rinascenza la restituirà vergine nello scambio di un dialogo che forse avviene, e riporto la voce intensissima di un ricerca che affanna e logora ma non si arrende “E’ la piccola storia del crollo di una letteratura allusiva, dove ormai trovo poco diletto, dove forse eccedo in un eccesso di sconfitta. Un piccolo scandalo di borgata che non fa più notizia, che sfuma nella piccolezza dei protagonisti. Tu ed io per favore restiamone fuori, e misuriamo ancora il tempo della parola con quello del respiro” con il convincimento e la commozione della lezione poetica autentica e sofferta che Alessandro Assiri ci ha donato
Patrizia Garofalo

 

Ho chiuso un giovedì con 7 euro e 50 e tu mi gocciolavi tra le gambe per ricordarmi il niente, eravamo distratti come rospi, verdolini per qualche malattia e lettere a Theo alla pagina sbagliata.
Si doveva fare un reso e così avremmo smesso di tremare” non gettate oggetti dai finestrini” è cosi poco per scrivere romanzi.
Vorrei stare di traverso sopra un cemento qualsiasi a gridare occupato e scriverti: vieni sul retro sgualcito di una manica lunga.
Adesso che abbiamo solo stivali più vecchi di un quarto d’ora, rimaniamo in bagno tra il vapore e i capelli perduti, nei mezzo busto graffiati come mappe per trovarsi. C’è il tuo odore che annulla quest’alibi di ferro in cui mi sono nascosto per sembrare imperfetto… e questo Dio dai sogni ingiusti che ci replica a monologhi infettandoci scompone la nostra fine, nei pomeriggi dove ci è solo sembrato di trovare parole per non morire di fretta.
Ed ora che ho 27 ore di distanza dalla tua lingua ti indosso a rovescio e ti porterò fiori migliori di questi per scordare i cani e le domeniche e tutti gli anni che cominciano a volare.
Noi assomigliamo a un palazzo ci accontentiamo dei muri capovolti sul finale , con i nostri istanti da balcone e gli umori da stuoino. Congratulazioni a chi ci sta di fronte e qualche s’ da basso a passi svelti per l’uscita.
Sì di corsa, perchè ogni qualcosa ha i suoi difetti, noi battiamo i denti solo per assistere a tutto quello che nei treni si spegne.
Abbiamo un sospeso di avverbi, ma per girarsi di spalle servono le virgole e gli adagio di ogni partitura. E sono così difficili le stanze di Aprile coi versi dispari e i rumori d’occasione, si coprono le parole già stanche del viaggio e noi tra le dita ci si ripara alla meglio.
Ricordati di guardare all’angolo corto di ogni incontro, quello dove ancora non servono i cassetti, dove ci si stiva per metà, dove tutto è tiepido per sempre e ogni squillo un motivo per saperti felice.
Non è sai come sbrigarsi a vivere, solo questo essere ingenui passa in un secondo, malfermi di purtroppo, tutti presi a rotolare…ed io che conservo ancora un dicembre assoluto ti prevedo per poterti rivedere, frase corta in anteprima.
In tutto le volte che ci siamo addormentati senza scriverci sul corpo, ne mangiarci addosso come orizzonti mobili nell’approdo di ogni desiderio, sulle radici dove si colma la storia di questo tempo quieto.
ed io ho ancora fame quando ti si chiude la voce, è questo di te l’ultimo cielo che vedo, scintilla di ogni diversamente, oggi non si corre si muore più morbidi.

storie d’impiegato che ci piovono addosso anche adesso che ricominciamo da capo
ma siamo gia in serie tutti nella fiat sulla strada del mare quella per le ferie
 
l’arte di massa che si faceva pop e gli scafali delle merci non ancora coop
e io mi immaginavo elio che scriveva a carla di fiori nella pattumiera
come morta natura che non sarà mai più pittura
 
la storia sommaria di un immondizia immensa di stelle con le punte
dove se non si potevano cambiare le cose bastava aumentare le dosi
 
 
 
 
una cosa seria che si da alle cose serie è questa la fiducia lo dice anche la Galbani
che fa i buoni formaggini, mica il governo con i comunisti che mangiano i bambini
anche se poi si digerisce male a primavera nel freddo che esce alla luce del sole
come se a ogni marzo si dovesse far tabula rasa delle domande chiuse in casa
il tempo pieno di perdenti straordinari far finta di esser duri farlo con gli spari
in testa le sigle di cartoni e brigate le lame rotanti come mani gia armate
 
 
i nomi che bisbigli e finisci che li sbagli, ma ti verrà all’improvviso quello del mio male
a preparare la parola che non trovi perche la cerchi com’era al plurale
che tu sia questo o un altro che somiglia una figura un sigillo un timoniere
che parla a marinai assenti e mescolati come vocaboli e chimere
mettere il mittente nella busta sul retro in caso di parole importanti rompere il vetro
poi iniziare a sparare tutte le abbreviazioni delegate fosse pure a sparare cazzate
 
 
l’unica coerenza è cercare di sapere a chi abbiamo affittato le stanze
continuare a transitare negli estranei che siamo diventati,scegliere le guerre finite
tra i tanti giochi da soldati
 
 
 
 
le impressioni di settembre sono il vietnam con il mio passo
scavare una trincea che in fondo è solo un buco
di ricordi dove c’è sempre gente che vuotava il sacco senza averlo riempito
e demetrio che la guerra la faceva con la voce come ironia di tutta la lirica
che spezzando parole accendeva la luce
 
 
 
 
mettete le palle nei vostri cannoni perchè la violenza non è mica abbastanza
qui c’è la gara per staccare la spina la prima linea di pentole targata lagostina
mi preme tanto il postmoderno da lasciarmi l’ematoma
di un mondo perfetto dove chapman avrebbe ucciso yoko ono

a ridarmi il bene di prima quello dell’altra casa, quello che ha bruciato negli alberghi, negli scarti di sesso a bordo strada, quando riuscivamo a essere peggiori, ma a crescere uguali, quando ero più distante dal tuo culo fuori sede che ricordo soltanto come luce più chiara, le mani io le ho sempre messe non tocco mai niente che non posso sporcare, non so perché proteggiamo sempre la malattia e un po’ come chi difende sempre Burroughs, si parteggia sempre per gli stronzi, ci piacciono gli scrittori da niente perché allineano la nostra inettitudine alla loro, una nuova traduzione di un maledettismo, l’illusione di fare almeno la comparsa, ci siamo dovuti inventare la poesia autentica per poter biascicare il nostro nulla per stare più vicini al nostro vuoto, nascosti dietro Saba per spacciarci più onesti, come se la poesia potesse essere autentica come se la poesia dovesse avere pubblico e non gente dovunque, è tutto il viaggio della nostra diminuzione, della nostra affannosa ricerca di recapiti

stiamo diminuendo, chi parla di crescita e sviluppo dovrebbe farsi vedere da uno bravo davvero, crescono i servi, gli scrittori incapaci, il copia incolla di un’arte che si riproduce, non esiste la verità esistono solo le storie, era gia tronfia la città e i muri dove l’ho scritto nel 77, sempre sto cazzo di numero che non chiude la storia, la percentuale dei finti ricordi meravigliosi, mi fa schifo chi romanticizza le rivolte, chi scrive elabora un lutto ma non per questo si guadagna rispetto, si trattava di essere ottimisti o comunisti complici di un futuro che non saremmo andati a vivere comunque, malati adesso di disturbi bipolari e di crollo della borsa, di prostata che spinge e di date in calendario che assomigliano ad appunti di un destino, ma tu li hai massimizzati i profitti di queste minacce o sei rimasta lì a raccogliere gli scritti di tutti quei mentecatti che non possono permettersi lettori intelligenti, dio quanto mi diverti con i tuoi metri corti che ti autorizzano a disperare per aver fatto qualcosa con un senso, fosse pure restare all’origine della nostra indigenza, delle nostre promesse che sono solo parole con la voce

 il mondo che è mondo solo fino alle parole e poi si ribalta, mi sembri un trattato di dietetica come se ci fosse bisogno di una scuola per diventare deboli, ho dovuto demolire gli istinti, ma poi mi sono accorto di parlare ancora la paura, la stessa che mi vorrebbe controllore dei comportamenti nocivi, corpo e libertà sono comandamenti della conoscenza, l’accoglienza che dovrebbe avere luogo nell’alterità, forse un mare di cazzate, io di te ho paura, ho paura del tuo corpo che non mi da più la somma dei suoi dati, ho la paura di chi si è lacerato con  gli odori delle tue mutande, della penombra che è diventata un luogo passionale e ho paura del mio bene che non riesce a passare, provo ad aprire questa affettività del cazzo che vissuta così è solo opera di un vile, ” mi chiamo antonin artaud e mi rimetterò a scrivere quando mi sentirò più felice”, perchè scrivere è star scritto è aspettare il disimpegno, io attendo soltanto l’energia eccedente dalle tue gambe che mi piacciono tanto anche se sono più magre, poi trasformarsi tornare a esser cosa insieme di aneddoti ripetitivi che ci fanno movimento, ma non rivoluzione

non c’è nessuna tosse che suona bene
dimmi nei tuoi sì che cosa parla
dillo prima che smetta di guardarti
da questo per sempre che esce traballante
foto massimo saretta

Ci abbiamo messo trentacinque anni a ritrovare la strada per l’inferno, qui qualcuno si è mangiato i sassolini o avevamo seminato male, ma detta così sembra un conflitto di interessi invece è solo una perturbazione del linguaggio

qui adesso c’è Milano ma qualcuno forse si ricorda che era lì anche prima, c’era la visione periferica con tutti i suoi difetti e il suo gridare le cose andate a male con la stessa forza in gola con cui si annunciavan le scoperte

Rileggevo Cattaneo e non mi sembrava la terra del 2000 aveva il sapore di qualcos’altro e non solo perchè portava gia con sè il respiro dei morti, ma perchè non lasciava in pace i vivi esercitando quel potere eccelso di scrittura che è quello di cambiar lacrima con la voce

Chi avrebbe dovuto dirle le parole con quel peso, probabilmente noi che avevamo qualche decina d’anni più di lui, qualche manciata di tempo più di questa generazione, che nessuno se ne è accorto ma ci è diventata portavoce, perchè ci ha prolungato le istanze, perchè ha saputo spiegarci che cazzo è stato dopo l’aver perso; altrimenti saremmo ancora lì in terapia o nelle scatole dove sfilavamo in foto, ancora lì a cercare in un negozio qualcosa che assomigli al bieko,ma adesso è solo un caban.

E invece non abbiamo saputo dirle perchè eravamo noi quelle parole di cartone e quelle teste nei cessi, noi uguali, solo un po’ prima di loro, ma sbadatamente e forse paradossalmente meno civili, perchè civile è un attaggiamento che passa anche dal riuscire a dire: aiutami son solo

non vorrei essere frainteso, non c’è riscatto nella poesia di Cattaneo e dei suoi epigoni,non se ne trova traccia, ma c’è in noi che ci rivediamo vivere e che ci sentiamo dire “con quei nomi e soprannomi in vena” che qualcuno ci chiama per guardare insieme che cosa è accaduto