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Dario

racchiudere in un percorso antologico seppur ridotto l’opera di Bellezza è gia di per sè limitante

sia per il percorso di scrittura che per la statura umana del personaggio Dario, uno dei pochi autori che a forza di sentirsi dire di essere grande, grande non si è sentito, ma lo è diventato, giocando un ruolo fedelmente, tanto da far sì che la sua letteratura non abbia più bisogno di istanze di autenticità appartenendo di per sè alla verità misitificata

Siamo al cospetto di una poesia collocata pienamente nel suo tempo, ma scritta da un autore che quel tempo è troppo impegnato a viverlo per cambiarlo e allora all’esigenza impetuosa di scrittura non resta altro che compiere un sortilegio: assumerlo questo tempo, caricarselo insieme alle altre scimmie sulla schiena e tentare di descriverlo.

Emerge infatti anche dalla selezione operata su questi testi l’aspetto del Bellezza che sente e intuisce l’inutilità rivoluzionaria degli annni 70 arrivando quasi a deriderne la partecipazione, perchè gia tanti e troppi sono i modi per partecipare alla sconfitta per testimoniare la caduta

 

Rimane questa idea di poesia emotiva in tutta la scrittura di Dario come se l urgenza del dire rispondesse a un istinto animalesco che si muove per odori e per umori ma credo che in fondo bellezza fosse pienamente consapevole che i sensi non si consegneranno mai all eterno anzi avranno sempre nel dissolversi la propria fascinazione Sapere di non rimanere vuol dire aggirare con maestria ogni artistica mimesi e ogni effimera pretesa letteraria é questa lezione di impermanenza L eredità vera di una lettura attenta questa consapevolezza di sapere che si è meravigliosamente imperfetti solo quando il sangue è in cammino

Qui non si tratta più di sapere se il poeta sia o meno un fingitore si tratta di assumere su di se la consapevolezza che ogni parola ê coltivata in funzione di una storia che a volte é biografia ed altre solo erbacce da estirpare

Dario la vita spesso la vive ma altre la sospetta reclusa in una diversità ingombrante che solo “l atteggiamento” può contribuire ad alleggerire

 

Ho sempre ritenuto l’io di Bellezza un io incapace di ritrarsi, un io speso interamente nell’uso sapiente di un verso che la profondità l’ha gia tutta in superfice come gioco magico di questa parola addescante, di questo meccanismo a orologeria costruito per sedurre o per prendere distanze, quasi si usasse la lingua non per replicarsi, ma per imitare una somiglianza, per essere aderente a una costruzione, sia essa un onirica fabula o una ben più modesta, ma non per questo meno vera, proiezione di strada.

 

Auspico che questo breve percorso possa consegnare al lettore sopratutto un rapporto nuovo con un autore che ci ha insegnato che la vita la possiamo solo sorvegliare con le parole e vigilare con i sensi, un autore consapevole che questa veglia avrebbe procurato un’insana raccolta di illusioni e un altrettanto insana raccolta di presenze.”La poesia vive di un insonnia perpetua” diceva Renè Char ed è questa insonnia che Bellezza ha chiesto a gran voce di abitare in un modo che metaforicamente trasforma la poesia di Dario in una ricerca di inquilini molto più che in una ricerca di interlocutori, inquilini con cui dividere la stanza con cui alleviare un peso

 

Spesso sembra che le righe di Bellezza siano un andare a capo quando il pensiero rantola, quando la fragilità prende il sopravvento come molte volte si può notare anche nei componimenti dove è forte la critica verso l’inutilità dell’atteggiamento politico di una generazione, intuita dal poeta in una spinta empaticamente pasoliniana come il suono di una de-generazione che sarebbe di li a poco esplosa con tutte le sue contraddizioni di un presente che non si etrnizza mai nei versi, ma ne viene espulso proiettato in avanti.

In una lettura disattenta l’atteggiamento civile di Bellezza potrebbe apparire una mescolenza di superbia e supponenza, ma solo addentrandosi nella carne del verso si può iniziare a scorgere che proprio in quella carne sta tutta la rivoluzione di Dario, la stessa carne che marcisce e che si detoriora come le idee, la stessa carne che diventa desiderio e follia esattamente come le istanze di cambiamento che ogni insurrezione ci chiede.

 

Ed è proprio nella carne che diventa luogo del disprezzo, ma anche scorta di memoria e di provviste per l’inverno dei sensi che ritroviamo l’enorme forza di una poesia che non è stata resa inoffensiva che non è stata disinnescata nonostante gli innumeroveli tentativi di irriderla e di intimorirla, una poesia fisica che richiede fisicità anche al lettore che si trovi oggi a leggerla o rileggerla, perchè poesia e a maggior ragione quella di Dario è affronto, scontro, senza mai ripiegare.

 

 

 

 

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La poesia di Piccoli potrebbe sembrare la poesia del corpo assente, ma altro non é che celebrazione di una mancanza, una poesia dei senza, mancanza nella doppia cifra dell interrotto e del lasciato perché non voluto, la mancanza si mostra irrompe nei versi di Piccoli cade sulle pagine cose se l’ immagine si perdesse nel
Bianco, come se tutto sì destinasse a tornare solo foglio . Facile sarebbe ora stabilire un carattere premonitore, anticipatore di una dissoluzione prematura ma forse già decisa dall assunzione totale di questo sentimento. Tutto si  dissolve nella poesia di Piccoli fino a essere estromesso, tutto opera nella destinazione di una sparizione tutto si occulta ” la poesia é vecchia occorre insegnarle il riposo. Mi sono interrogato spesso sul fatto che non ci sia presenza nella poesia di Piccoli, ma la presenza per essere testimoniata ha bisogno del superstite e forse a bene vedere é proprio in questa mancanza di sopravvissuti che si racchiude tutta la tragedia poetica e umana dell autore veronese. C’ é comunque un errore da non fare nell accostarsi a questa poesia ed é quello di non confondere la poesia dei non vivi con quella dei fantasmi, non confondere il registro delle voci ,non confonderne la provenienza, non c’è rumore di catene strascicanti nella poesia di Piccoli piuttosto un gorgoglìo, il rantolo di una preghiera che non si osa declamare ad alta voce quasi si temesse di non meritare aiuto
.

E’ una parodia: lo era durante, lo è adesso che per certi versi gli si attribuisce una nostalgia da confraternità del campus.
Non ci sono debiti non saldati con Piervittorio, non li ha la narrazione, non li abbiamo noi che facciamo strofette e raccontini, non li facciamo così perchè lo abbiamo imparato da Camere Separate, li facciamo così perchè il Weekend Postmoderno ce lo siamo sciroppati tutto, sia che fossimo nel paesello emilanamente pecorone e godereccio o nella milano da bere piena di garofani .
Quando dico che non si sottrae Tondelli dagli anni 80 dico che non si può togliere i sottotitoli di un’epoca finchè questa di un’epoca ha almeno una parvenza, il resto è solo il fascino discreto del rimosso .

Gli anni del dilettantismo prolungato stanno facendo oggi le sue vittime e non hanno nemmeno il culo di essere illustri, chi ci ha dato da bere che scrivere nel diario i pensierini sui nostri ascolti e sulle 4 birre scroccate fosse far letteratura non ci ha portato necessariamente dentro i nostri pruriti e fastidi, ma ha solo amplificato quell’illusione che parlare il quotidiano somigliava ad esser Carver o il primo Cucchi del Disperso.

Ci sarebbe stata vita anche senza Piervittorio, avremmo rigettatto lo stesso tutti i nostri sbrodolamenti e tutti gli inquilini del nostro condominio, ci saremmo annoiati con tutti i nostri ii e li avremmo scarrozzati tra troppi gin tonic su una adriatica di bomboloni, non avremmo scritto ne meglio e ne peggio, forse avremmo solo imparato a tener da conto quello che avevamo appena passato, ma non ancora digerito.

Appartengo a quelli che hanno voluto un bene immenso al progetto under25 , ma questo crisma di romanzo unico, del maiale che non si butta via niente ha creato delle devastazioni gigantesche e ha mostrato i suoi limiti proprio nel fatto di generazionalizzare una scrittura senza avvalorarne il nomadismo, le scorrerie, le influenze di quell’arte che si stava facendo totale e in troppi non se ne sono accorti in tempo. Generazione in luogo di un mondo fu un errore, perchè non lasciammmo alla scrittura il tempo di percepire il mutamento, non le concedemmo il lato buio del farsi perchè ci sembrava che di buio se ne fosse attraversato abbastanza.
L’alba dell’ipertesto passò attraverso a una specie di democratizzazione forzata e questo a mio avviso penalizzo anche quel impatto emotivo che poteva essere la forza di un’espressione, impatto emotivo che risultò spesso composto da empatie forzate e incerte prolunghe di derive sentimentali pallosine .

segue prima o poi



dimmi se personaggi o strumenti dimmi la differenza? è questa la primavera che aspettavamo da anni?
tu, mario, giovanni accomunati dal numero di un anno
“non sai che città che primavera ti preparo”, ma so del supplizio di essere parola, di questa lunga processione di riepiloghi
a volte mi domando come sarà stato vedere l’alba di una repubblica, vedere le città crescerle attorno
credo sia proprio qui che la relazione si fa strumento, diventa utensile che plasma la materia
adesso ci si uccide ai piani alti, le fabbriche hanno spento le sirene e i telefoni hanno campo
si resiste a un altro fronte e tanti altri son mancati e altri ancora i muti
guardo il tempo delle tue linee di pensiero questo tempo che non basta per affidarsi ai versi
e da via scarlatti alla spiaggia si vede lo stesso mare sporco che scivolava dalle parole
eppure vittorio io lì davanti ci tremo, ci tremo perchè non posso imparare, perchè chi ha il campionario vasto
ha gli strumenti stretti, perchè dalle porte larghe non si riesce a passare ci si sente solo inghiottire



gli strumenti umani ed Einaudi 1965 Vittorio Sereni

se Milo avesse rifatto somiglianze ogni 14 anni saremmo stati pure benino dal 76 al 90 sarebbe toccato al 2004, ma l’abbiamo saltato sacrificato a immagine di un dio diverso


come sarebbero state tutte quelle virgolette e quei silenzi, quella Milano dei cortili che in qualche modo è rispuntata fuori nei libri successivi, ma sapeva di escort, di pirelloni, di portafogli  e predellini


“basta scendere dal letto per sentirsi migranti”


ma è diverso il novembre attorno ha un’acqua se possibile più scura, ha parole insufficienti per suggerirci il dramma


a cosa somigliamo adesso Milo, adesso che non serve uscire allo scoperto, adesso che se ci si ritrae si allarga di più il deserto


“ma quale plagio se poi io credo a qualcosa sarà vero anche per te”


e dimmi da questa come usciamo che sembriam tutti figlioletti
che per non tornare a casa troppo presto si son messi a raccontare che c’era qualche altra consonante che si poteva dire




somiglianze ed riveduta 90 Milo De Angelis



Attilio è vero che c’è un po’ di Proust, il tempo lungo dell’estate che un po’ col titolo fa a pugni
poi vai a leggere dentro bene e l’estate è solo un posto di vacanza un ricordo inoltrato di qualcosa che finisce
“era un giorno bellissimo e gli stavo vicino”c’è odore di minestra tirata su col mestolo, di Parma, di destra e di bambini fuori presto.
Per metà del viaggio sono impressioni di settembre, ma quelle dei Marlene “coi monti che si attardano” e tutti i vivi a premere
mi chiedevo se c’è una via d’uscita o è tutto solo campagna e provincia con i mesi dentro, solo ritorno e vocazione, rivincita improvvisa di foglie e di fontane
viaggio d’inverno garzanti 1971 Attilio Bertolucci