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La solubilità del tragico, siamo arrivati a un età che vivere ci deve assomigliare, non a tutto si rimedia ci sono cose che per averle bisogna arrendervisi con la verità che sta in ogni parola piegata alla lettura della resa, come pena accessoria per i vinti. Trovare la via per non fermarsi in gola, consumarmi di debolezza, di fame nascosta, il groviglio penoso di chiamarti parlando . Le nostre sono domande pesanti di corpi che si riconoscono per contagio in una lingua che non riesce a stemperare lo star male girando le spalle a un accaduto che non ha saputo assolvere. Perché scrivere non è mai un urgenza , ma la necessità di dare voce ad un ritorno per chi non ha mai viaggiato, ma ha conosciuto la distanza, per chi non ha mai creduto che esista un modo per tenere stretta la memoria e la ragione.

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Il risultato dei miei interrogativi più urgenti, l’impegno personale con il vero che mi cambia forma dalla mani, perché il vero scivola sempre, si impregna di fango, chiede aiuto:disturba. Il vero si sfalda, perché il vero è una difesa che viene travolta, il vero è resistenza troppo spesso vana; un infelice per strada che si aggroviglia , arranca , sbuffa in salita. Il vero è un burattino con uno straccio in mano, un bambino che stringe le viti del meccano

Ma quale post ideologico, ma ci rendiamo conto che il superamento dell’ideologia in queste condizioni non è null’altro che una scivolata nel nulla

 una debolezza di pensiero che sarà incolpevole, ma non per questo meno incapace. Questi sono i 40 enni cresciuti a Rete 4 e cavalieri, i democristiani di rimbalzo che sono peggio dei socialisti di rincalzo. Ma quale post ideologico, l’unico post è quello su twitter o su faccialibro che è lo specchio di un approssimazione come unico aspetto duraturo di una realtà effimera e cosa ancor più triste, la contrapposizione a questo era l’apparato, la macchinetta da guerra spompata dei reduci della fgci :babbo e figlioli tutti in grigio.

Di che cosa bramiamo di diventare post: della rivolta nel sangue, dello sguardo attento verso i deboli, della lotta ai soprusi, dell’uguaglianza come difesa della diversità. Sono abituato per default a giudicare un romanzo dalla cultura che l’ha prodotto che conta più di chi l’ha scritto… e che altra storia si poteva raccontare se non questa menata vestita da farsetta.

Dal vangelo secondo matteo: il riformismo non deve per forza essere noioso. Certo, ma è necessario sapere che prima di parlare di riformismo come qualcosa che si pesca dietro l’angolo è necessario avviare un procedimento dai risvolti culturali profondi e non esercitare una cultura delle spannette, perchè questo ci mette di fronte ancora al dover scegliere il male minore. Forse c’era bisogno di ridimensionare il comico, di riportarlo in quel 12 per cento che è quello che compete agli antagonisti arrabbiatini che prendono aria sui tetti, o forse chi nel 92 aveva 17 anni coltiva nostalgie che mi sfuggono da convention di garofani e ministri sudaticci fino a notte tarda, perchè forse a qualcuno è sfuggito che essere ex democristiani a quell età lì voleva dire essere per forza sporcati di bettinismo, lo stesso sintomo che gestito dai più grandi, oggi ci fa ragionare per ventenni da chiudere e per altri sapori…..continua

le primarie non sono un esercizio di democrazia ma la politica del tifoso, in questi mesi mi sono sentito diversamente Montaliano, sgarbatamente Ungarettiano, un filo troppo Serenista, ma sarà l’anniversario e fortemente schierato coi Raboniani, ho da anni la fobia di Giudici, ma credo c’entri poco con la riforma della giustizia anch’io leggiucchio Severino, ma penso che faccia il filosofo…a “onore del vero”più “Primizie nel deserto” che primarie a cielo aperto…

abrazos

Che poi a me viene in mente il titolo della prima antologica di Porta”quanto ho da dirvi”, io non lo so Matteo quanto, ma cosa hai da dirmi, perchè vedi per me politica non è mai stato scendere o salire, ma delimitare il campo per stabilre la distinzione delle idee, le magliette e i suoi colori, idee e colori come coadivuante e memoria del fare.
La tua generazione paga ancora la sindrome di Fabio Volo, l’ovvietà del nulla, la politica da disegnare che tormenta soltanto questo scriver male.
La vera politica è solo muovere, superare la tua Matteo è la politica dei desideri in anticipo, il ritorno alla politica degli eventi fatti di un soggettivismo lacerato,
la politica degli errori felici. La politica non è rompere una mercificazione, ma sollecitare un nuovo linguaggio di ridistribuzione, favorire una parola dell’attraversamento
Questa che vedo è la politica del pupone, quella che passa dall’inesperienza arrabbiata a quella travestita, dal veltroniano we can a un nuovo lungo interminabile week end.
Politica Matteo è caricarsi sulle spalle la rivolta mica visitarla con il camper, politica Matteo è dire basta all’atrocità delle offese in modo chiaro e netto, perchè come diceva Giudici:preferisco i traditori che i fedeli a metà.
Sai come sento il futuro di questa tua tiepida sinistra, lo sento al perimetro del campo, senza la cultura dello sguardo ( che guarda caso è quella del libero), priva di immanenza e incapace di trascendenza, come chi sceglie il piccolo perchè il grande non lo riempie. Sai come sento il futuro di questa tua umida sinistra, come il prolungamento di una disaffezione che non si è ancora saputa interrogare sulla crudeltà che sprigiona e chi oggi in politica salta questo passaggio si destina all’inautentico è gia poltrona per default.
L’unica politica Matteo è azzerare un mondo falso senza l’arroganza, far sì che le persone non siano figure di un percorso, ma viaggiatori verso una terapia sociale come unica utopia sostenibile.
Si rivoterà prima o poi e io starò a indecidermi un altro po’ con la vigliaccheria di non aver contribuito, ma con la consapevolezza che la politica delle agende è carta ruvida per pulirsi il culo

scriviamo senza sangue, perchè dal nostro silenzio vogliamo scendere in fretta
restare sarebbe illudersi di essere trovati, forse nemmeno scriviamo:diciamo al singolare
scrivere è diventato parlare vestiti di malesseri e maldicenza, di storielle mal lavate
scriviamo senza sudore dimenticandoci che scrivere è cadere molto più di quanto siamo capaci
 

storie d’impiegato che ci piovono addosso anche adesso che ricominciamo da capo
ma siamo gia in serie tutti nella fiat sulla strada del mare quella per le ferie
 
l’arte di massa che si faceva pop e gli scafali delle merci non ancora coop
e io mi immaginavo elio che scriveva a carla di fiori nella pattumiera
come morta natura che non sarà mai più pittura
 
la storia sommaria di un immondizia immensa di stelle con le punte
dove se non si potevano cambiare le cose bastava aumentare le dosi
 
 
 
 
una cosa seria che si da alle cose serie è questa la fiducia lo dice anche la Galbani
che fa i buoni formaggini, mica il governo con i comunisti che mangiano i bambini
anche se poi si digerisce male a primavera nel freddo che esce alla luce del sole
come se a ogni marzo si dovesse far tabula rasa delle domande chiuse in casa
il tempo pieno di perdenti straordinari far finta di esser duri farlo con gli spari
in testa le sigle di cartoni e brigate le lame rotanti come mani gia armate
 
 
i nomi che bisbigli e finisci che li sbagli, ma ti verrà all’improvviso quello del mio male
a preparare la parola che non trovi perche la cerchi com’era al plurale
che tu sia questo o un altro che somiglia una figura un sigillo un timoniere
che parla a marinai assenti e mescolati come vocaboli e chimere
mettere il mittente nella busta sul retro in caso di parole importanti rompere il vetro
poi iniziare a sparare tutte le abbreviazioni delegate fosse pure a sparare cazzate
 
 
l’unica coerenza è cercare di sapere a chi abbiamo affittato le stanze
continuare a transitare negli estranei che siamo diventati,scegliere le guerre finite
tra i tanti giochi da soldati
 
 
 
 
le impressioni di settembre sono il vietnam con il mio passo
scavare una trincea che in fondo è solo un buco
di ricordi dove c’è sempre gente che vuotava il sacco senza averlo riempito
e demetrio che la guerra la faceva con la voce come ironia di tutta la lirica
che spezzando parole accendeva la luce
 
 
 
 
mettete le palle nei vostri cannoni perchè la violenza non è mica abbastanza
qui c’è la gara per staccare la spina la prima linea di pentole targata lagostina
mi preme tanto il postmoderno da lasciarmi l’ematoma
di un mondo perfetto dove chapman avrebbe ucciso yoko ono

emergo nel corso delle consultazioni, ma per poco scrivo troppo dal disordine per essere Amato che non è un anima, ma un participio passato…salviamo il protocollo di un avvenire a 5stalle, un futuro di cui conosco le parole…un vuoto prende forma e mi disegna vorrei salvarmi con il fiato appannare il vetro…scrivere il nome come fosse un voto il segno di un presente criticato e di volta in volta per alzata di mano appoggiare lo stato…più ti avvicini più diventi scura credo sia l’opposizione il tuo odio che matura…l’opera non può essere umile, ma solo in ritardo anche la scrittura è terminare un mandato…

stavo giochicchiando a fare uno degli ultimi comunisti riassumevo tregue operose e punti di vista, compravo ancora urania, i gialli mondadori e tutti gli accessori per i franchi tiratori

Si riducono i galli nel pollaio non ne resterà soltanto uno qui non c’entra nulla lo strabico Lambert, qui ne devono rimanere almeno due, perchè solo così si trova un bacato senso all’alternanza, si è spezzato l’anello debole, il tessuto antagonista se mai avesse abitato lì dentro era gia migrato, perchè nessuna ribellione vera o finta che sia risiede, ma soltanto soggiorna. Chi le cose le vuole così e chi le immagina diverse, anche se l’immaginazione oggi ha spazi limitati, non si è spaccata nessuna sinistra perchè nulla c’era più da rompere, non c’è stata nessuna tragedia perchè tutto era gia stato consumato. Il nanetto che sembra uno statista, quello che dovrebbe arrivare in camper ma non trova parcheggio e lunga vita al re. E cosa abbiamo imparato che la rete fa odore, qualcuno che apre la finestra qualcun’altro che uguale a quando vota si tappa il naso, ma qualunque cosa si esprima con un tasto, qualunque preferenza si dica in un click è solo un surrogato di  partecipazione, una brutta copia di un abbandono. Non c’è nulla di peggio che credere di contribuire alla storia, è solo un’altra devianza di questo presente lunghissimo di questo movimento dal basso che è solo colite…abrazos

stiamo diminuendo, chi parla di crescita e sviluppo dovrebbe farsi vedere da uno bravo davvero, crescono i servi, gli scrittori incapaci, il copia incolla di un’arte che si riproduce, non esiste la verità esistono solo le storie, era gia tronfia la città e i muri dove l’ho scritto nel 77, sempre sto cazzo di numero che non chiude la storia, la percentuale dei finti ricordi meravigliosi, mi fa schifo chi romanticizza le rivolte, chi scrive elabora un lutto ma non per questo si guadagna rispetto, si trattava di essere ottimisti o comunisti complici di un futuro che non saremmo andati a vivere comunque, malati adesso di disturbi bipolari e di crollo della borsa, di prostata che spinge e di date in calendario che assomigliano ad appunti di un destino, ma tu li hai massimizzati i profitti di queste minacce o sei rimasta lì a raccogliere gli scritti di tutti quei mentecatti che non possono permettersi lettori intelligenti, dio quanto mi diverti con i tuoi metri corti che ti autorizzano a disperare per aver fatto qualcosa con un senso, fosse pure restare all’origine della nostra indigenza, delle nostre promesse che sono solo parole con la voce